Villarbasse: cascina fatale

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“Villarbasse cascina fatale

Nella vasta pianura padana

Chi si ferma a guardar le sue mura

Presto un segno di croce si fa.”

Questa ballata veniva cantata per Torino da chi nel 1945 era grande abbastanza da ricordare cosa fosse accaduto a Villarbasse, centro agricolo a 20 km da Torino, praticamente sconosciuto al resto dell’Italia. Nel novembre del 1945 però, il nome di questo insignificante paesino finirà nelle prime pagine delle più importanti testate giornalistiche del nostro paese.

Tutto comincia la mattina del 21 novembre 1945 quando Alfredo Garrone arriva alla cascina Simonetto di Villarbasse per prendere il latte che sarebbe stato poi venduto in città. Nel silenzio di quel mattino si respira un’atmosfera lugubre: la cascina è buia e sembra inanimata, nessuna luce è accesa e dalla stalla si sentono solamente i lamenti delle mucche. Perché nessuno le ha munte? Perché nessuno risponde al campanello?

Comincia la perquisizione della cascina. La tenuta è nel caos più totale: ci sono piatti rotti, mobili aperti, vestiti gettati alla rinfusa e macchie di sangue, tutti segni che fanno pensare ad una possibile rapina o ad un attacco seguito da un rapimento. Ma dove sono le dieci persone scomparse? I corpi non si trovano né in casa né nei terreni attorno alla cascina. Sono forse stati rapiti? Non ci sono tracce di ruote di alcun veicolo.

Il primo di una serie di indizi verso la verità emerge dal setacciamento dell’area intorno alla cascina dove viene trovata una giacca macchiata di sangue, che presenta un’etichetta interna con scritto “Palermo”. 7 giorni dopo la scomparsa, il 28 novembre, vengono ritrovati i corpi all’interno della cisterna che veniva usata per la raccolta dell’acqua piovana. Dal pozzo vengono tirati fuori tutti e dieci i corpi e la scena che si presenta ai pompieri e alle forze dell’ordine è terrificante. Gli ostaggi sono stati picchiati e storditi, le mani legate con fili di ferro dietro la schiena, blocchi di cemento sono stati legati ai piedi e, la maggior parte ancora vivi, sono stati gettati nella cisterna, dove sono morti affogati. I corpi, che l’acqua aveva gonfiato, vengono tirati fuori a fatica da quel pozzo profondo e stretto. Quella strage così mostruosamente violenta meritava una punizione esemplare.

Con il passare del tempo i carabinieri vennero a conoscenza di numerose denunce di furti che portarono alla perquisizione di un appartamento in Via Rondò 8 a Rivoli, paese confinante a Villarbasse. Qui vennero trovati scarponi sporchi di fango e una tessera annonaria semibruciata intestata a Giovanni D’Ignoti. Finalmente si intravedeva la punta dell’iceberg.

Giovanni D’Ignoti confessò il delitto e fece i nomi degli altri componenti della banda: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Pietro Lala (che sotto falso nome si faceva chiamare Francesco Saporito). Quell’Italia inquieta e sconvolta dalla guerra poté tirare finalmente un sospiro di sollievo. Da Mezzojuso in Sicilia i banditi furono portati a Torino tranne Pietro Lala, il capobanda, che era stato ucciso probabilmente in un regolamento di conti da un mafioso locale. I colpevoli furono processati davanti alla Corte d’Assise e condannati alla pena capitale per la mostruosità e per la crudeltà del delitto. La decisione di abrogare la pena di morte, all’epoca dell’esecuzione di questa ultima era in realtà già stata presa, ma l’indignazione dell’opinione pubblica spinse Enrico De Nicola (provvisoriamente capo dello stato) a rifiutare la grazia, rendendo la strage di Villarbasse l’ultimo reato per cui sia stata applicata la pena di morte in Italia.

La pena di morte, che era stata abolita nel 1889 e reintrodotta in epoca fascista, trovava in questo delitto, nel più sensazionale crimine compiuto nell’immediato dopoguerra, la sua fine. Evento simbolo del diritto penale e spartiacque tra i difficili anno del dopoguerra e gli anni che stavano sorgendo, gli anni della futura Repubblica italiana e della sua Costituzione che abolì definitivamente la pena di morte.

Lorenza Re

Crediti immagine di copertina: https://www.piemonteis.org/?p=3513

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