“XO, Kitty”: la recensione

Dal 18 maggio è possibile guardare su Netflix la serie “XO, Kitty”, ambientata nell’universo narrativo di “Tutte le volte che ho scritto ‘Ti amo’”. La protagonista, Kitty Song Covey, è una studentessa internazionale alla KISS Academy, frequentata dalla madre a Seoul. Nonostante i temi affrontati siano del tutto simili a quelli di altre teen drama, è possibile individuare nuclei tematici più profondi? In che modo sono caratterizzati i personaggi?

“XO, Kitty” è lo spin-off della trilogia di “To all the boys” –  adattati dai romanzi di Jenny Han –  in cui la protagonista, Kitty, trascorre un semestre in una scuola sudcoreana, la KISS Academy. Kitty Song Covey, sorella minore di Lara Jean – protagonista della trilogia precedente – si ritrova alla KISS per due ragioni: il ricordo della madre morta, ex allieva dell’accademia, e il fidanzato, Dae. Nel corso della serie, non mancano i colpi di scena e i cliché, che la rendono simile a molti altri prodotti. Quali sono i punti di forza e di debolezza di “XO, Kitty?”

La trama

La storia narrata è piuttosto semplice: un’adolescente si trova in una nuova realtà, di cui non conosce le regole – e la lingua – e deve fare i conti l’amore e un mistero legato al passato della madre. Un aspetto interessante della serie è il fatto che riprenda i moduli della commedia romantica, del film adolescenziale statunitense, ma anche delle più recenti kdrama, a partire dall’intreccio e dalla caratterizzazione dei personaggi. La protagonista, inoltre, è trattata in più come occasioni come deus – anzi, dea – ex machina, in grado non solo di portare alla luce numerosi segreti, ma anche di cambiare lo status quo. Non sono molto originali alcuni nuclei tematici o personaggi: una famiglia ricca e fredda, interessata alla propria immagine pubblica e disposta a corrompere un giovane onesto e povero; numerosi segreti e fraintendimenti, una relazione “falsa”, balli scolastici e convivenze forzate. Poco originale è anche la figura del migliore amico gay.

La rappresentazione queer: promossa o bocciata?

La serie mostra numerosi personaggi appartenenti alla comunità LGBTQ+, a cominciare dalla protagonista.

È rappresentata in modo realistico la prima cotta di Kitty nei confronti di un’altra donna, che si trova a sua volta in una relazione complicata; non manca, infatti, il tema dell’omofobia. Sullo schermo si vedono anche due coppie queer, ma entrambe hanno una storia travagliata e/o manca il “lieto fine”; tuttavia, nessuna relazione della serie sembra del tutto felice. È positivo che l’amore omosessuale sia rappresentato in modo meno stereotipato, ma ciò non significa che non lo sia affatto, specialmente nella caratterizzazione di alcuni personaggi maschili. Nel complesso, la rappresentazione delle storie d’amore può apparire superficiale all’inizio, ma nel corso della serie tende a diventare più approfondita e delicata.

Kitty e le sue radici culturali

Un aspetto importante della serie è il ritorno al passato che dialoga con il presente: Kitty decide di studiare in Corea per riavvicinarsi alla madre morta e alle sue radici culturali. È significativo che Kitty non parli coreano, all’inizio della serie, ma che voglia conoscere i luoghi della giovinezza della madre, a sua volta coreana di seconda generazione. Molto spesso la volontà di recuperare informazioni sul passato nebuloso della madre spinge la protagonista a prendere decisioni diverse e a legarsi a persone che l’abbiano vissuto, come la dirigente della KISS. 

“XO, Kitty” è una serie televisiva leggera e poco impegnativa da guardare tutta d’un fiato, ma che affronta anche temi come il lutto, l’identità o la sessualità. Nonostante la sua semplicità, la prima stagione è piacevole da guardare, e lascia qualche spiraglio per una seconda stagione più ricca di dettagli e di spunti. 

Giulia Marianna Dongiovanni

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