«Nessuno mi farà cambiare idea, e su questo mi darete ragione anche voi. L’unico errore è forse stato quello di credermi il solo autosufficiente, di non avere bisogno di nessuno. Ora che ho visto da vicino la morte, rapida, imprevedibile, ho capito che sbagliavo. Bisogna avere sempre vicino qualcuno che ti possa dare un aiuto. Ma, per Efesto, sono stato messo fuori strada dal vedere il modo di vivere degli altri, i loro calcoli, l’attenzione esclusivamente rivolta al guadagno. Non avrei mai pensato che ci fosse tra tutti una persona capace di fare il bene altrui. Questo era l’ostacolo che avevo davanti» (Dyscolos vv. 711-729).
Queste le parole di Cnemone, il protagonista del Dyscolos (Il bisbetico), commedia di Menandro ritrovata solo nel 1957. Menandro è la voce più rilevante della Commedia Nuova, un nuovo tipo di teatro che si sviluppò in Grecia tra il 330 e il 260 a.C. Fu autore di 108 commedie, ottenendo la vittoria solo otto volte. Molto più prospera con lui fu la modernità: divenne infatti il modello principale della commedia latina (la commedia di Terenzio, di cui si è parlato nel precedente articolo, ne è debitrice).
Il bisbetico racconta le peripezie e i mutamenti interiori di un vecchio acido e scorbutico, per il quale uno sfortunato imprevisto si trasforma in impulso per avviarsi sulla strada del cambiamento. Il protagonista della commedia, Cnemone, trascorre le sue giornate lontano dalla città, lavorando nel suo podere sassoso ai confini dell’Attica perché detesta la presenza della gente. Egli vive con la sola compagnia della figlia e di una vecchia serva. Il giovane Sostrato si innamora della ragazza e vuole chiederla in moglie, ma Cnemone scaccia a sassate il messaggero. La sorte vuole che il vecchio misantropo (lett. “colui che odia l’uomo”) precipiti in un pozzo mentre tenta di recuperare un’anfora e una zappa cadute alla serva. Sostrato, insieme a Gorgia –il figlio della moglie di Cnemone, che aveva cacciato- lo porta in salvo. Cnemone come gesto di gratitudine adotta Gorgia e permette a Sostrato di sposare la figlia.
Il trafiletto con cui esordisce l’articolo mostra il momento in cui avviene la redenzione del protagonista: dopo esser stato salvato dal pozzo in cui era precipitato, Cnemone decide di aprirsi all’esistenza e comprende che non si può vivere da soli, che il mondo non è fatto solo di persone malvagie e ingiuste. All’autarchia –ideale del cinismo a cui si rifaceva Cnemone- si contrappone un modello basato sulla filantropia, che consente a tutti i personaggi di trovare un comune humus su cui far germogliare la propria umanità. Menandro è in sintonia con le correnti filosofiche del suo tempo: Epicuro suo compagno d’armi, Teofrasto suo insegnate e autore di Caratteri, Aristotele autore dell’Etica Nicomachea.
Cnemone è qualcosa di più di una maschera comica: è un uomo roso da un segreto male di vivere, da una sofferenza tutta chiusa dentro di sé, che lo porta a manifestare un’indiscriminata stizza contro l’umanità intera. Ciò che accade a ciascuno di noi quando non sappiamo guardare al di là del nostro giardino, quando cioè rimaniamo troppo concentrati solo su noi stessi, senza accorgerci delle persone intorno a noi. Menandro attraverso i suoi personaggi vuole condividere le virtù esattamente opposte, ossia la solidarietà (filantropia) e la comprensione (sumpateia). Egli nutre un fondamentale ottimismo sulla natura umana e sulla possibilità per l’uomo di comprendere i suoi limiti e di ravvedersi; è infatti la ragione, col suo rendere capaci di analizzare e comprendere il proprio modo di comportarsi, che riscatta l’uomo dalla sua imperfezione. I due matrimoni finali confermano questa visione: l’unione di individui appartenenti a classi sociali differenti mostra l’inconsistenza e l’artificiosità di un ostacolo effimero come la ricchezza, destinato a soccombere al cospetto di ideali più alti come l’amore e l’amicizia. A impartire le più costruttive lezioni di vita per la conquista di valori edificanti è infatti la nuova generazione, su cui Menandro ripone fiducia.
«Siamo nel mondo per reciproco aiuto; in conseguenza è contro natura ogni azione di reciproco contrasto. Gli uomini sono nati l’un per l’altro; conseguenza: o li rendi migliori con l’insegnamento oppure sopportali». Queste, invece, alcune delle parole del diario di Marco Aurelio (121-180 d.C.), imperatore romano con l’amore per la filosofia e l’esistenza umana. Divenuto sovrano, fu impegnato in una lunga serie di conflitti per difendere il limes danubiano e i confini orientali dell’Impero, minacciati rispettivamente dai Germani e dai Parti. Del travaglio interiore di Marco Aurelio, combattuto tra la necessità di affrontare gli oneri derivanti dalla sua carica e il desiderio di dedicarsi ad una vita appartata di studio e riflessione, abbiamo notizia grazie all’opera A se stesso, nota anche come “Ricordi” o “Pensieri”: un diario interiore, scritto in greco, in cui Marco Aurelio esprime l’anelito a comprendere le cose al di là della loro apparenza. Qui l’imperatore addita allo stoicismo l’unico rimedio contro le ansie dell’uomo, creatura fragile e insicura: questa filosofia insegna ad affrontare con coraggio il destino e a compiere i propri doveri terreni, pur nella consapevolezza di quanto siano effimeri i successi e la gloria umana. Gli stoici fecero della filantropia il fondamento della loro etica e Marco Aurelio, in linea con questa dottrina, la volle nel corredo del buon principe.
Nicole Zunino
Fonti G. Guidorizzi, Kosmos: l’universo dei Greci. Dal IV secolo all’età cristiana, Mondadori, Milano, 2020
