Questo articolo, diviso in due parti, riporta un’intervista spontanea a cui mi è capitato di assistere di fronte all’entrata di una clinica privata. Un signore anziano, di circa 80-85 anni parla a un bambino di seconda elementare.
Quest’estate ero seduta all’ombra su una panchina di legno con le gambe in ferro nere, alla sinistra le bici dei miei nipoti. Io e Lorenzo, di otto anni, stavamo aspettando il suo fratellino Francesco, di quattro. Eravamo fuori da uno studio medico e lui stava facendo degli esercizi con la logopedista. Per ingannare il tempo io e Lorenzo elencavamo i diversi lavori che esistono al mondo. I bambini, è bello farli sognare.
Alla domanda «Cosa ti piacerebbe fare da grande?» mio nipote non aveva saputo rispondere e così avevamo iniziato a stilare una lista di professioni. Eravamo partiti dall’astronauta e lui faceva un po’ di confusione tra Marte e Giove: «Ne ho sentito parlare nei cartoni che guarda Franci, non mi piacciono. Quei cartoni dico».
«Non ti sentiresti solo nell’universo?» gli avevo chiesto. «Non lo so –e poi con quella luce negli occhi che hanno solo i bambini e chi ha appena avuto una grande idea- ma potrei saltare più in alto!». Provai ad accennargli della gravità, ma i bambini non sanno tutto ed è bello farli sognare. Mi disse che avrebbe avuto paura se ci fosse stata una bomba: non avrebbe saputo come difendersi nello Spazio. Non sa ancora che le bombe sono state inventate dagli uomini e che nell’universo ci sono mille pericoli, ma almeno si è salvi da uno degli esseri viventi più pericolosi: la specie umana.
Da lì in poi un lungo elenco: il lavoro dello zio Francesco, ingegnere; il lavoro della zia Brigi, ostetrica, «ma è lei che tira fuori i bambini?»; quello di papà idraulico, di mamma «come si chiamava più?» tecnico di riabilitazione psichiatrica; l’avvocato, il pompiere, il fruttivendolo; quello che fa i massaggi in cui la nonna l’altro giorno gli ha detto che è bravo, la maestra come la nonna, l’insegnante di scuola guida come il nonno «ah, ora lo ricordo, lavora con le macchine»; il calciatore, il giocatore di basket, la polizia; il medico no perché non gli piacciono gli ospedali, non vuole vedere la gente morta; lo scrittore il quale scrive, «lo dice il nome zia!» mi fa; quella da cui è suo fratello in quel momento, la logopedista, per cui eravamo lì fuori ad aspettare. È un bambino curioso mio nipote. I bambini sono curiosi.
Mentre parlavamo, nella panchina accanto alla nostra, un signore ci stava ascoltando. Cercava un modo per entrare nella conversazione, lo vedevo studiarla ma non sapeva come. Dopo un primo tentativo si rivolse direttamente a Lorenzo: «Quanti anni hai?». Lo incitai a rispondere, «Otto», lui è timido gli spiegai. «Quella se ne va via crescendo» disse il signore riferito alla timidezza.
«Sai che cosa facevo io a otto anni?». «No» rispose l’innocenza di chi non conosce la domanda retorica. «Io ho fatto tanti mestieri nella vita. Alla tua età andavo a scuola e con la bici consegnavo la frutta alle signore: la caricavo dietro nel porta-cose e pedalavo molto veloce. Poi ho iniziato a fare il sarto: cucivo i bottoni, sai, rammendavo le maglie con l’ago –rise- mi sono punto spesso. Poi un po’ cresciuto ho iniziato ad aiutare in un negozio e poi in un altro come magazziniere. Ma non bastava, mi servivano più questi –fece un gesto con la mano per indicare i soldi- e così cercavano come muratore e io l’ho fatto. Si guadagnava bene ma non bastava. Erano tutti lavori in nero e io volevo poi la pensione». Non credo che mio nipote sapesse bene cosa fosse la pensione, ma lo ascoltava con interesse e ogni tanto annuiva e, in seguito, durante la conversazione, alle domande che cercavano conferma rispondeva con “sì” o “okay”.
«Così ho fatto dei concorsi, tutti quelli disponibili: alle poste, nei carabinieri… Avevo vinto il concorso alle poste ma non mi chiamavano mai. Poi un giorno, nel frattempo, mi arriva la comunicazione dei carabinieri: ero stato preso. Avevo diciotto anni, ero fe-li-ci-ssimo. Innanzitutto potevo guadagnarmi dei soldini, che erano stabili, e poi così avevo anche la pensione. Ma pensi che mi sono fermato lì? No, perché nei carabinieri ho fatto tanti altri mestieri. Il cuoco nelle cucine dell’arma. C’era poi la sezione dell’auto-radio, così nel frattempo avevo fatto una scuola di due anni e servivo lì. Risolvevo ciò che c’era da fare. Però non mi bastava, volevo ancora, e così sono passato a maresciallo, ufficiale e poi comandante. Tutti questi servizi li ho fatti ad Alessandria, ma poi a dirigere sono passato a Santhià, a Cortemilia. . .».
Il telefono vibrò, mia sorella mi chiedeva come stava andando. Le dissi che stavamo aspettando Francesco e la liquidai in fretta. Notai che quel vecchietto portava la fede e un ferma fede al dito.
(Continua…)
Nicole Zunino
