L’estate – periodo in cui gli artisti danno il via ai propri concerti – ha reso protagonisti questi momenti (così tanto attesi dai fan) per una ragione spiacevole: la questione dei finti sold out alle esibizioni. La questione non è nuova per molti, ma, come molte notizie che non invecchiano mai e sono sempre in grado di far scalpore (e che sicuro fa anche comodo ritirare fuori), anche questa volta sarà frutto dell’osservazione e indignazione di molti per qualche giorno.
Chi dice la verità è sempre scomodo
Tutto è cominciato martedì 17 giugno: il cantante dei Tiromancino Federico Zampaglione ha pubblicato un post su Facebook in cui spiega come certe agenzie organizzano i concerti. Il racconto sembra quasi romanzato, con una forma per lo più dialogica, che riesce quindi a far empatizzare il lettore medio e a far afferrare – in maniera abbastanza semplice – il concetto.
Così Zampaglione racconta: il promoter accoglie sotto la sua ala un giovane artista, innalzando in partenza le sue aspettative con luoghi grandi dove poter esibirsi. Se la location si riempie, tutto a posto; in caso contrario l’organizzatore di eventi venderà i biglietti come potrà: abbassandone notevolmente i prezzi, invitando dipendenti di aziende a loro vicine o regalandoli con la spesa nei supermercati… i costi per riempire il posto, però, graveranno sull’artista. Ovviamente il cantante, per non deludere le aspettative o mandare in fumo eventuali collaborazioni, accetta. Da lì comincia ufficialmente la sua sottomissione al manager, che pur deve mangiare, e nel frattempo aggiunge i suoi interessi.
I biglietti “regalati”
Già due settimane prima la giornalista Selvaggia Lucarelli aveva scritto sulla sua rubrica su Substack Vale tutto un articolo sulle questioni poco note in merito ai finti sold out. La notizia racconta l’esistenza di biglietti a €10 per i concerti di alcuni artisti italiani molto conosciuti. Il link che ne permetterebbe l’acquisto rimanderebbe proprio al sito di TicketOne, in cui sono presenti anche i biglietti ‘comuni’, che però costano almeno €40 in più.
Questo famoso link, che nella metà di maggio si è particolarmente diffuso, non reindirizzava ai concerti di un singolo artista, ma anche a quelli di molti altri, e presentava sempre prezzi stracciati. Secondo l’ipotesi principale, si trattava di biglietti destinati a banche, assicurazioni o giornalisti… ma anche se così fosse, perché, una volta appurato che fossero diventati praticamente di dominio pubblico, non si è rimediato? Era forse intenzione farli giungere a gente ‘extra’ per raggiungere ancora più rapidamente questo tanto voluto “tutto esaurito”?
Inutile ribadire che la faccenda non è una novità: già nel 2019 un’inchiesta del programma «Striscia La Notizia» raccontava di biglietti per concerti venduti a prezzi irrisori o addirittuura ceduti gratuitamente. In sostanza, le compagnie ad aver attuato queste strategie sono diverse, ma il modus operandi è sempre lo stesso: in particolare, si punta a cantanti tendenzialmente emergenti, lecitamente desiderosi di fare un qualcosa di ‘grande’, che possa generare successo e stima nei loro confonti; e non sembra così imprudente dare fiducia a persone o compagnie che con queste dinamiche hanno a che fare da più tempo. Come del resto dice J-Ax nella sua canzone Intro, “Mi fidavo come di un padre, mi bastava stare sul palco“.
Gli strascichi della pandemia
Risulta comunque difficile – e anche poco empatico – affibbiare la colpa ai cantanti. Dopo il 2022, l’anno di ripresa post-Covid, le agenzie hanno iniziato a chiedere sempre di più: il cachet si è alzato e fare tournée negli stadi è diventato sempre più comune. Peccato che anche le priorità di un potenziale pubblico siano cambiate: tra l’inflazione e i rincari, quando il prezzo per vedere un artista dal vivo si equipara a quello di una spesa al supermercato che dura due settimane, non è difficile scegliere a cosa dare priorità.
I dati SIAE riportano come prezzo medio di un biglietto per un concerto di musica leggera 37,70 euro, con un aumento del 16,8% rispetto all’anno precedente. Si aggiungono poi le commissioni delle piattaforme che incidono fino al 27%. Un fenomeno sempre più diffuso è il dynamic pricing: attraverso un algoritmo, il costo dei biglietti è adattato in tempo reale sulla base della domanda degli utenti. Attualmente la strategia non è vietata dalle normative europee, ma è comunque imposto che i consumatori siano informati se i prezzi sono determinati da processi automatizzati; altresì, la pratica è resa nota con chiarezza assai carente.
Tutti i casi trattati sono accomunati da un fatto: le vittime sono sempre gli acquirenti. Non si può più parlare con stupore del calo dell’affluenza ai concerti se l’esperienza d’acquisto si traduce in una beffa per chi paga 80 euro e poi scopre che altri invece ne hanno spesi solo 10; oppure per chi, a causa di un canale di compravendita in sovraccarico, si ritrova a pagare cifre esorbitanti. Bisogna correggere questo aspetto e riportare la concezione di queste esperienze a qualcosa di leggero e indimenticabile, piuttosto che a un sacrificio.
Giulia Frontino

