Si può condannare l’amore? (pt. I)

Il Canto V dell’Inferno è uno dei più famosi dell’opera dantesca. Frutto di molte riletture (da Borges a Fabrizio De André), è oggetto prediletto nel periodo del romanticismo per l’interpretazione eroica data alla protagonista Francesca: la donna che si emancipa, in nome dell’amore, contro la convenzione borghese del matrimonio combinato, andando così incontro alla morte.

La prima sezione: i lussuriosi

Il canto V si divide in più sezioni. Francesca e Paolo sono i protagonisti della terza. La prima sezione presenta al lettore il giudice (Minosse) e il giudizio infernale. Dante entra nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi. Anche nell’Eneide Minosse era a guardia della divisione delle anime negli Inferi, ma lì il ruolo chiave era attribuito al fratello Radamante. Minosse esamina le colpe: quante volte avvolge la coda intorno all’anima, tanti saranno i cerchi attraverso cui questa scenderà (“giudica e manda secondo ch’avvinghia”).

Nell’Inferno viene punito il peccato in una duplice dimensione: espiatoria, che si identifica con il contrappasso, e quella vendicativa, propria del diritto longobardo (ovvero il sistema delle ordalie). Ci sono due tipi di pene: la pena damni, ossia l’allontanamento da Dio e l’assenza della sua misericordia, l’essere sottratti al bene, secondo l’idea per cui il peccato è l’assenza di bene e non un male personificato; la pena sensus che è il contrappasso a soddisfazione del sistema retributivo. Si è puniti perché si è scelto di fare il male. Le anime vanno al loro supplizio assumendosi la propria responsabilità, in quanto esseri in grado di scegliere con la ragione e la volontà (insegnamento che Dante recupera da San Tommaso d’Aquino).

I lussuriosi sono sbattuti da una parte all’altra da una bufera e bestemmiano Dio. In questo cerchio vengono puniti i peccatori carnali che “la ragion sommettono al talento”, ovvero che hanno lasciato che la passione prevalesse sulla razionalità. Vengono paragonati agli stormi: quando migrano si muovono vorticosamente e cambiano forma, privi di una direzione fissa. La pena per contrappasso non è per contrario, ma per analogia: così come le anime in vita si sono lasciate trasportare, lo stesso avviene con la bufera infernale a cui sono soggette. Il contrappasso segue la logica della misura: ciò che l’anima ha fatto male in vita, verrà vissuto per contrappasso nell’aldilà.

Nel Purgatorio Dante scrive che si può peccare per troppo o per troppo poco, per eccesso o per difetto. I lussuriosi sono puniti per eccesso di amore.

La seconda sezione: esempi di anime peccaminose

La seconda sezione richiama le anime che Dante vede passare davanti a sé. Se prima la metafora riguardava gli stormi, ora è presente una similitudine con le gru: “e come i gru van cantando lor lai / faccendo in aere di sé lunga riga / così vid’io venir, traedo guai / ombre portate da la detta briga” (come vedo le gru sfilare davanti a me, così è la processione di alcune persone).

Si tratta di quattro dame e tre cavalieri: Cleopatra, Semiramide, Elena, Didone, Paride, Achille e Tristano. Secondo alcuni, data l’opera intrinsecamente simbolica e il frequente richiamo a numeri significanti l’Unità e la Santa Trinità, alcune anime sarebbero sottintese: la quinta dama sarebbe Francesca, poi Paolo e Dante stesso che si identificava come peccatore in questo cerchio (arrivando così al numero perfetto di dieci). Tutti questi personaggi elencati, in realtà, nella vita avevano compiuto peccati più gravi, ma Dante decide di inserirli in questo cerchio: il suo intento è quello di mitigare il peccato della lussuria in vista di quello che il lettore leggerà su Francesca e Paolo.

Semiramide fu la leggendaria regina assiro-babilonese, condannata per aver promulgato una legge nel proprio regno che concedeva a tutti la libido. Didone, regina di Cartagine e personaggio virgiliano, tradì lo sposo Sicheo per amore di Enea, amore che la portò a trafiggersi il petto. L’amore per Elena di Troia, la donna dalla bellezza insuperabile, fu la causa della guerra di Ilio, la stessa in cui fu coinvolto Paride. Cleopatra fu quella regina egizia, definita da Dante lussuriosa, amante di Cesare e Antonio, che usò l’amore come strumento per raggiungere il potere. Achille combatté per amore di Polissena, figlia di Priamo, amore che lo condusse in un agguato nel quale fu ucciso a tradimento. Tristano fu colui che amò follemente Isotta, moglie di Marco, re di Cornovaglia e zio di Tristano. Insomma: sembrerebbe che la passione abbia prettamente esiti tragici.

Seguirà una seconda parte sulla terza sezione del canto, quella dedicata a Francesca e Paolo.

Nicole Zunino

Fonte: V. Gigliotti, La diritta via. Itinerari giuridici e teologici danteschi, Olschki, 2023

Lascia un commento