Perché nessuno parla di “Long Story Short”?

Long Story Short è la nuova serie firmata Raphael Bob-Waksberg, disponibile dal 22 agosto su Netflix. Già conosciuto per essere l’autore di “Bojack Horseman“, da molti considerata un vero e proprio cult, Bob-Waksberg sembra essere ritornato più forte di prima. Attraverso i disegni della fumettista Lisa Hanawalt, con cui in passato l’autore ha collaborato a diversi progetti (tra cui la stessa “Bojack Horseman“), la nuova serie segue le vicende di una famiglia disfunzionale ebraica, gli Schwooper, mentre passano dalla giovinezza all’età adulta, ma anche mentre tornano indietro, grazie all’uso di una narrazione non lineare che ci catapulta nel passato, nel futuro e nel presente, e così via, quasi a volerci ricordare che la vita è un attimo. Un giorno siamo qua e il giorno dopo no.

La locandina di “Long Story Short” raffigurante i tre protagonisti principali. Da sinistra a destra: Avi, Yoshi e Shira. Crediti dell’immagine: https://www.allocine.fr/series/ficheserie_gen_cserie=37423.html

Ed è proprio così che ci vengono raccontate le storie dei tre fratelli Avi, Shira e Yoshi. Il primo, nonché il più anziano dei tre, è un giornalista e critico musicale che cerca di riconnettersi con la moglie e la figlia adolescente Hannah. Shira è una donna che non ha ancora superato i propri traumi passati. E’ sposata con Kendra, una donna dalla quale, grazie all’inseminazione artificiale, ha avuto due gemelli. Infine, ma non per importanza, abbiamo Yoshi, il più giovane della famiglia, nonché il più impulsivo, protagonista di numerose gag comiche. A una analisi più approfondita, Avi sembrerebbe rappresentare la generazione dei millennials, Shira l’antimodernismo per eccellenza e Yoshi la Gen Z, disorientato e incerto del mondo che lo circonda. Ma tra tutti spicca la madre Naomi, in grado di incarnare alla perfezione lo stereotipo della madre iperprotettiva, dall’atteggiamento burbero, ossessivo e paranoico fino al midollo. Allo stesso tempo, però, lo scudo materno si trasformerà in un concentrato di amore, comprensione, ascolto e protezione.

Rinnovata per una seconda stagione, questa nuova commedia riesce a toccare temi sensibili come l’inseminazione artificiale, il lutto, l’identità sessuale, la scoperta di sé, facendolo con una spiccata ironia tagliente, tipica dell’autore. Raccontando le vicende degli Schwooper, gli spettatori riescono a immedesimarsi nei loro panni, grazie al rapporto che i tre figli hanno coi propri genitori: il convivere, l’amore fraterno, gli scontri, i cambiamenti. Se in “Bojack Horseman” veniva affrontato il tema della depressione e dell’alcolismo del tanto amato quanto odiato cavallo antropomorfo, in questo nuovo progetto, Bob-Waksberg affronta vicende di vita reali, traumi, delusioni, litigi e sofferenze.

Di fronte a un’apparente leggerezza, scopriamo una forte impronta visiva ed emotiva, ricca di satira e denuncia sociale. Non si tratta di una banale storia, vista e rivista, bensì di introspezioni e vicende che caratterizzano ogni singolo personaggio, come una specie di tuffo nel passato (ma anche nel presente e nel futuro), che ci permette di scoprire ogni singolo aspetto della personalità di ognuno e ci permette di empatizzare con loro. In un momento storico in cui siamo tutti un po’ tristi e scoraggiati, guardare questa serie animata ci è d’aiuto per capire che non siamo soli, ma abbiamo sempre, nel bene e nel male, una famiglia su cui contare.

Deborah Solinas

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