È possibile ricostruire una storia delle emozioni umane attraverso poche immagini ricorrenti? Non solo è possibile, ma è anche già stato fatto. Infatti, questo è stato il tema di ricerca — visitabile a Berlino — del brillante storico dell’arte Aby Warburg, il quale ha dedicato la vita alla creazione di una storia psicologica dell’espressività umana per immagini, raccogliendo le sue ricerche nell’immenso Atlante Mnemosyne.

Aby Warburg nasce ad Amburgo nel 1866, primo di tre figli in un’importante famiglia ebrea di banchieri. A tredici anni ha già le idee chiare: non vuole diventare banchiere e portare avanti l’attività di famiglia, ma desidera piuttosto dedicarsi allo studio. Così, propone al fratello Max la cessione del proprio diritto di primogenitura e dell’attività di famiglia, con una sola condizione: quella di garantirgli una fornitura illimitata di libri a vita. Superficialmente, quello descritto potrebbe sembrare uno scambio conveniente e tutto sommato innocuo. Tuttavia, in diverse lettere di Max al fratello si possono notare commenti ironici riferiti a quella promessa infantile, definita come l’affare peggiore della sua vita. Nel corso degli anni, le richieste di Aby diventano pertanto più frequenti, specifiche e costose, e porteranno, nel 1926, alla fondazione della Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg (KBW, Biblioteca Warburg di Studi Culturali).
Dal 1886 al 1888 Aby Warburg studia presso l’Università di Bonn, sviluppando l’idea di scrivere la propria tesi sulla Primavera di Botticelli. Il suo mentore (oggi diremmo relatore) era Carl Just. Questi, in realtà, non aveva dimostrato particolare entusiasmo per l’argomento scelto, anzi aveva cercato di indirizzare Warburg verso altri temi di ricerca. Ciononostante, Aby continuerà a coltivare il suo interesse per l’arte rinascimentale italiana, interessandosi in particolare agli studi di Hermann Usener sulla mitologia comparata, allo storico Karl Lamprecht e al filosofo Jacob Burckhardt. Quest’ultimo in particolare sarà determinante per consolidare nel giovane un approccio trasversale allo studio delle opere d’arte, complici da un lato la recente pubblicazione del suo saggio The Civilization of the Renaissance in Italy (1860) e dall’altro la sua convinzione del fatto che, nella comprensione di un’opera d’arte, la psicologia dell’osservatore sia decisamente più importante rispetto all’aspetto puramente tecnico ed estetico.
A cavallo tra il 1888 e l’anno successivo, Warburg compie il suo primo viaggio a Firenze per seguire un seminario di storia dell’arte, tenuto da August Schmarsow. Questa esperienza consolida definitivamente il rapporto privilegiato che lo studioso ha con l’arte e con la stessa cultura italiana. Non è un caso, dunque, che egli stesso si definisca ebreo di sangue, amburghese di cuore, ma d’anima fiorentino.
Nel corso di questa permanenza Warburg viene anche a contatto con un’opera di Charles Darwin, The Expression of Emotions in Man and Animals, pubblicata a Londra qualche anno prima. Le osservazioni di Darwin indagano le origini istintive della gestualità umana e includono in particolare un principio di grande interesse per Warburg: il principio dell’espressione antitetica. Secondo questa teoria, a stimoli emotivi opposti corrispondono opposti movimenti corporei. Questo concetto è di grande importanza per la comunicazione delle emozioni: finché gli esseri umani non padroneggiavano la postura eretta e l’applicazione intenzionale della forza corporea, infatti, non avevano sviluppato «il gesto antitetico di stringersi nelle spalle, come segno di impotenza o di pazienza». A conferma di questo, se un individuo viene aggredito, il primo istinto è quello di rannicchiarsi.
Nel 1891 Warburg termina la sua tesi su Botticelli, dal titolo Botticelli’s “Birth of Venus” and “Spring.” An Examination of the Representations of Antiquity in the Early Italian Renaissance. Stampato nel 1893 e fonte principale del saggio di critica d’arte La Primavera e La Nascita di Venere di Botticelli —pubblicato nello dello stesso anno — questo lavoro contiene il germe di quello che diventerà il principale tema di ricerca di Warburg: il metodo iconografico.
Citando Warburg stesso «la scultura antica ha avuto l’effetto accademico di un manuale illustrato dell’espressione intensificata dell’uomo patetico». Nel Rinascimento, era messa in rilievo soprattutto la carica espressiva dei soggetti classici, dunque il loro pathos. Questi erano ritenuti in grado di trasmettere con i loro movimenti «esperienze dell’emotività umana nell’intera gamma della sua tragica polarità, dall’atteggiamento passivo della sofferenza fino a quello attivo della vittoria». Quello appena citato rappresenta un esempio chiaro di Pathosformeln: formule di pathos che è possibile incontrare anche nell’arte occidentale.
Warburg riprende da Darwin il principio dell’espressione antitetica per applicarlo alla storia evolutiva delle antiche formule di pathos. Tuttavia, l’artista ne rovescia il significato originale: costituendo un’analisi per immagini dell’homo occidentalis (che trova il suo culmine proprio nell’Atlante Mnemosyne). L’artista spiega così come alcune delle Pathosformeln caratteristiche della classicità vengano esposte a un processo di polarizzazione del senso nella loro trasmissione. Questo può dar vita a una totale inversione energetica, pur mantenendo inalterata l’identità formale. In poche parole, l’intera caratterizzazione psicologica del tipo umano viene stravolta attraverso differenze all’apparenza trascurabili nella raffigurazione delle movenze e del volto. Edgar Wind, allievo di Warburg, seguirà i passi del suo maestro e nell’articolo La Menade sotto la croce (1931) riprenderà un’osservazione di Joshua Reynolds, il quale affermava che «è curioso osservare, ed è certamente vero, che gli estremi di passioni contrarie sono espressi con poca variazione dalla stessa azione».
L’Atlante Mnemosyne (“memoria” in greco) è l’opera che corona la geniale intuizione di Warburg. In un grande spazio ovale, lo studioso sperimenta il suo metodo di ricerca, basato proprio sull’accostamento di immagini provenienti da epoche e contesti diversi, che vengono giustapposte su grandi pannelli scuri. Osservando le fotografie, e rivendendone costantemente l’ordine, Warburg individua una serie di forme e temi ricorrenti che attraversano il tempo: dall’antichità al contemporaneo, passando per l’amato Rinascimento.

Al momento della sua morte, avvenuta prematuramente nel 1929, Warburg aveva disposto 971 immagini su 63 grandi pannelli neri formando una mappa rimasta incompiuta — come del resto l’Atlante stesso — ricostituita per la prima volta nella sua forma originale in una mostra del 2020 alla Haus der Kulturen der Welt (HKW) di Berlino, grazie alla documentazione conservata negli archivi del Warburg Institute di Londra. La mostra è oggi fruibile anche online, attraverso alcuni tour virtuali che si svolgono sui siti web del Warburg Institute e dell’HKW: puoi sbirciare qui e anche qui. Buona visita!
Arianna di Pascale
Fonti
https://warburg.library.cornell.edu/about/aby-warburg/
https://engramma.it/eOS/core/frontend/eos_atlas_index.php?id_articolo=4088
Per approfondire
https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Aby-Warburg-e-limpronta-dellinconsueto
