Torino, 24 marzo 2025. Il Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) situato in Corso Brunelleschi, dopo una chiusura di due anni per via di gravi danni strutturali, riapre tra molte proteste.
Tra le varie manifestazioni avvenute nei giorni precedenti, una in particolare ha richiamato l’attenzione del pubblico e della stampa: quella del 22 marzo, che ha visto lo svolgersi di un presidio organizzato da diverse associazioni, tra cui il Forum di Salute Mentale. Particolarità della giornata la presenza di una gigantesca statua azzurra raffigurante un cavallo. Il suo nome è Marco Cavallo e la sua storia è più antica degli stessi CPR, ma per comprenderla dobbiamo fare qualche passo indietro.

Trieste, 25 febbraio 1973. La statua di Marco Cavallo viene immortalata da moltissime fotografie. Una delle più famose la raffigura circondata da centinaia di persone: si tratta di una festa, di cui Marco Cavallo è il protagonista.
Nel corso della stessa giornata verrà realizzato un altro iconico scatto, rappresentante un altro simbolo degli anni ’70: Franco Basaglia. La fotografia in questione lo immortala nel tentativo di sfondare un cancello con l’ausilio di una panchina. Il cancello era quello dell’ospedale psichiatrico di Trieste, di cui Basaglia fu direttore negli anni ’70 e il motivo del suo abbattimento, non andato a buon fine, era un tentativo di farne uscire la grande statua.

L’antefatto: ci troviamo nel 1971 e Franco Basaglia, leader di uno dei più grandi movimenti anti-manicomiali italiani e mondiali, prende la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste. L’obiettivo era chiaro: chiudere per sempre, con ogni mezzo, gli ospedali psichiatrici. Il clima era di forte fermento. Nel ’72, dopo la liberazione del padiglione P dell’ospedale, Basaglia decise di trasformare il reparto in un laboratorio artistico, aperto alla collaborazione con pazienti e operatori dell’ospedale, con l’aiuto del cugino Vittorio, scultore, e di Giuliano Scabia, attore, commediografo e artista.
Centrale era l’aspetto comunicativo del laboratorio: se il manicomio, infatti, tendeva a isolare i pazienti, qualunque fosse la loro patologia (e sempre che ne avessero una), lo scopo era quello di fornire strumenti artistici che potessero servire come supporto, come protesi, a persone che erano state disabituate a comunicare – o a cui non era mai stato insegnato – per poter interagire anche e soprattutto con il mondo esterno. Attraverso il disegno, il teatro o il canto, le persone tornavano a contatto con se stesse, potevano scoprire il mondo e raccontarsi. Emblematico fu, in particolare, il laboratorio di marionette: attraverso la realizzazione, l’ideazione e la messa in scena delle storie e dei personaggi, spesso i partecipanti potevano fare largo uso di riferimenti autobiografici, raccontando i propri traumi, e mettersi così in relazione con le storie e le vite altrui. Proprio in questo laboratorio, che durò un paio di mesi, si decise di realizzare un “qualcosa” di molto grande: così nacque Marco Cavallo.
La realizzazione fisica della statua fu opera solamente di Vittorio Basaglia, mentre l’idea fu proprio dei pazienti, i quali raccontarono agli artisti la storia di un vecchio cavallo che, anni prima, aveva lavorato proprio nel manicomio di Trieste. Quando il cavallo per vecchiaia fu mandato a trascorrere gli ultimi anni di vita in una fattoria, per i pazienti divenne il simbolo di qualcosa che poteva uscire dall’ospedale per inserirsi nel mondo “normale”. Anche il colore azzurro che l’ha reso iconico fu scelto dai pazienti, che inoltre inserirono all’interno del cavallo biglietti con i loro sogni e desideri.
Il laboratorio fu un punto di svolta importantissimo, ma doveva terminare: il manicomio di Trieste presto non sarebbe esistito più e creare qualcosa di duraturo, seppure utile e bello, andava contro questa idea. Il giorno della chiusura del laboratorio P si decise di portare la statua per le strade di Trieste. L’uscita di Marco Cavallo per le strade di Trieste fu un grandissimo momento sia di festa che di rivendicazione. Per le strade della città, pazienti e cittadini si incontravano dopo molto tempo e senza distinzioni. Marco Cavallo, anche se per poco tempo, aveva abbattuto ogni muro.
Sarebbe sbagliato dire che con l’uscita di Marco Cavallo uscirono anche tutti i pazienti del manicomio di Trieste e sarebbe irreale pensare che un progetto artistico del genere potesse mettere fine alle sofferenze manicomiali. Per tutto ciò si dovranno aspettare anni: nel 1977 l’ospedale di Trieste verrà definitivamente dismesso, nel 1978 verrà stipulata la legge 180 che prevedeva la chiusura dei manicomi in Italia, ma solo nel 1999 il San Nicolò di Siena, l’ultimo ospedale psichiatrico d’Italia, verrà chiuso.

Marco Cavallo è riuscito e riesce ancora, nella sua iconica semplicità, a essere simbolo di un‘ intera lotta. Esso ci ricorda la fatica e l’impegno attraverso cui, decenni fa, numerosi movimenti riuscirono a porre fine a una delle peggiori istituzioni totali mai create dall’essere umano. Marco Cavallo oggi continua a viaggiare e porta con sé tutto il suo carico simbolico e storico per combattere contro un’altra struttura che impone sofferenze fisiche e psicologiche a centinaia e centinaia di persone ogni giorno, ovvero i CPR.
Il viaggio di Marco Cavallo nei CPR italiani è organizzato dal Forum Salute Mentale. Per seguire ed approfondire: https://www.news-forumsalutementale.it/.

Alessandro Santoni
Fonti
Foot John, La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978. Milano, Feltrinelli Editore, 2017.
Furlanetto Valentina, Cento giorni che non torno. Storie di pazzia di ribellione e di libertà. Bari-Roma, Laterza, 2024.
Scabia Giuliano (a cura di), La luce di dentro viva Franco Basaglia. Da Marco Cavallo all’Accademia della Follia. Pisa, Titivillus Mostre Editoria, 2010.
Scabia Giuliano, Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura. Merano, Edizioni alphabeta Verlag, 2018.
