La coscienza (spiegata facile)

Iniziamo da una domanda fondamentale: che cos’è la coscienza? Nel linguaggio comune questa parola di solito viene usata con un’accezione morale e capita spesso, infatti, di sentire espressioni come “coscienza pulita/sporca”, come se il termine designasse una sorta di fedina penale della nostra moralità. Questo, forse, è il significato più immediato che attribuiamo al vocabolo, ma non è l’unico: se riflettiamo su cosa sia realmente la coscienza, possiamo associare questo concetto a parole ed espressioni come “soggettività”, “esperienza individuale”, “voce interiore” o più semplicemente “mente”.

Domande quali “che cos’è la coscienza?” e “esiste qualcosa di puramente mentale, che non sia riconducibile a connessioni tra neuroni?” costituiscono un problema spinoso, al quale diversi filosofi della mente hanno dedicato le loro carriere; uno tra questi, David Chalmers, lo ha definito l’Hard problem. Ma facciamo un po’ di ordine partendo dalla definizione, generalmente accettata, di coscienza nel dibattito filosofico: la coscienza è il provare qualcosa nell’essere quello che si è. Un altro termine che viene utilizzato è qualia: i qualia sono gli aspetti qualitativi o fenomenici dell’esperienza cosciente e dunque, traducendo dal filosofese, sono gli aspetti unici della nostra esperienza, il nostro punto di vista personale sul mondo, ciò che si prova nell’essere sé stessi.

Per chiarire un po’ meglio questa definizione possiamo ricorrere all’esperimento mentale ideato da Thomas Nagel in What is like to be a bat? (1974): in questo articolo Nagel cerca di immedesimarsi nel pipistrello, per capire che cosa provi questo nell’essere sé stesso. A tal fine, si potrebbe analizzare accuratamente il comportamento dell’animale, studiare tutto sul suo apparato percettivo (radicalmente diverso dal nostro), ci si potrebbe addirittura appendere a testa in giù al buio; tuttavia, dopo tutta questa fatica, al massimo si coglierebbe che cosa provi un uomo a essere un pipistrello, e non che cosa provi il pipistrello a essere sé stesso.

Dunque, per alcuni filosofi, la nostra esperienza personale è qualcosa di misterioso, che non riusciamo a spiegare attraverso collegamenti neuronali e processi cerebrali; David Chalmers sottolinea che, per quanto le ricerche neurologiche possano progredire, nessuno scienziato potrà mai spiegare perché abbiamo un’esperienza. Perciò, secondo Chalmers, se anche riuscissimo a spiegare tutte le nostre funzioni cognitive e comportamentali svolte in prossimità dell’esperienza, questo non sarebbe sufficiente a chiarire perché l’esercizio di queste funzioni sia accompagnato dall’esperienza.

Supponiamo di riuscire a collegare uno stato cerebrale X con uno stato mentale Y (ad esempio, potremmo ricondurre un determinato collegamento neuronale allo stato mentale del dolore): questo legame non ci spiega perché quel dato stato cerebrale sia accompagnato dall’esperienza; in altre parole, potrebbe darsi lo stato cerebrale senza che l’individuo ne faccia esperienza cosciente, senza, cioè, che ci sia un effetto che faccia provare quel dato stato mentale. La coscienza è l’hard problem perché non è riproducibile attraverso un algoritmo e perché l’esperienza non è riducibile a una funzione nella mente, a un qualcosa che possiamo imitare meccanicamente. Tant’è che ChatGPT può svolgere calcoli complicati in pochissimi secondi, ma, se gli chiedessimo di arrabbiarsi con noi, al massimo potrebbe simulare l’emozione, non provarla realmente.

Attualmente la teoria della mente che meglio si sposa con l’intelligenza artificiale è il funzionalismo, secondo cui gli stati mentali sono identificabili con stati funzionali. Per capire meglio di che cosa si parli, possiamo pensare all’esperimento mentale ideato da Ned Block (lui lo usa per criticare questa teoria, ma è utile riportarlo perché rende bene l’idea di che cosa il funzionalismo effettivamente sia). Immaginiamo che tutti gli abitanti della Cina si mettano d’accordo per tentare di ricreare una mente cosciente: ognuno di loro svolgerà la funzione di un singolo neurone e interagirà con gli altri “neuroni” nel modo opportuno; a questo punto, si potrebbe parlare di mente cosciente? Per il funzionalismo sembrerebbe essere proprio così e, quindi, secondo questa idea, anche ChatGPT potrebbe arrivare, un giorno, a provare genuinamente dolore, paura o rabbia. L’idea è che non siano necessari carne, tessuti cerebrali e nervi per formare una mente; perciò, anche un computer potrebbe, in linea teorica, essere una mente e provare esperienza. Quello che conta per il funzionalista non è la materia, ma la funzione svolta dallo stato mentale; perciò, una certa combinazione di cinesi potrebbe comporre una mente cosciente capace di arrabbiarsi, d’innamorarsi o di provare dolore.

Ricapitolando quanto detto finora, sembrerebbe esserci un particolare stato mentale legato al cosa si prova nell’essere sé stessi: uno stato inaccessibile all’altro e dunque estremamente personale, che non è stato ancora possibile spiegare in termini fisici. Eppure, non tutti la pensano così. 

Daniel Dennett, infatti, arriva ad affermare che la coscienza non è altro che un’illusione, a bunch of tricks; lungi dall’essere inspiegabile, sarebbe generata da processi cerebrali studiabili scientificamente. Secondo Dennett, “dobbiamo togliere l’aura di magico con cui, tutt’ora, continuiamo a trattare i problemi legati alla mente” (https://www.doppiozero.com/daniel-dennett-che-cosa-e-la-coscienza); il suo è un pensiero difficile da digerire, e addirittura quasi ci indigna, poiché impone di smantellare tutte le nostre idee intuitive. Possiamo spiegare ciò con una metafora: quando cerchiamo di guardare alla coscienza come a un fenomeno a sé stante, con una sua natura intrinseca, è come se, osservando il numero di un prestigiatore, ci dimenticassimo della sua identità di mago, credendo, così, al reale impiego di arti magiche.

Per approfondire il pensiero di Dennett

L’idea di mente di Dennett è piuttosto curiosa: dobbiamo immaginare questa come una società di “agenzie cognitive” — ve ne sarà una per la memoria, una per il linguaggio, una per il controllo motorio e via dicendo. Il ruolo della coscienza in questa società mentale è quello di “addetto stampa”: il suo compito è raccogliere le informazioni provenienti dalle varie agenzie, organizzarle e assemblarle in una narrazione coerente. Dunque, il nostro concetto di identità personale non sarebbe altro che il risultato del lavoro di questo addetto stampa: una narrazione costruita dalla nostra stessa coscienza. Ed è per questo che Dennett parla di un io narrativo e paragona l’uomo a un ragno: come il ragno tesse la propria tela, così l’uomo tesse il proprio io.

In conclusione, per trarre le fila di questo breve viaggio alla scoperta della coscienza, sembra chiaro che il problema è tutt’altro che facile e che le possibili soluzioni spaziano su un ampio divario. Che si parli di anime spirituali o di automi arrabbiati, la coscienza rimane tutt’oggi un affascinante mistero.

Ludovica Portuesi

crediti immagine di copertina: Wikioo.org, https://img.wikioo.org/ADC/Art-ImgScreen-3.nsf/O/A-8XYU7V/$FILE/Rene_magritte-the_false_mirror.Jpg

Fonti

Armando De Palma, Germana Pareti, Mente e corpo. Dai dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Torino, Bollati Boringhieri, 2004.

Michele Di Francesco, Massimo Maraffa, Alfredo Tomasetta, Filosofia della mente. Corpo, coscienza, pensiero, Roma, Carocci, 2017.

Riccardo Manzotti, “Daniel Dennett: che cosa è la coscienza”, Doppiozero, 05 agosto 2023, ultima consultazione: 22 luglio 2025, link: https://www.doppiozero.com/daniel-dennett-che-cosa-e-la-coscienza.

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