Il male che ghiaccia: un viaggio nell’inferno dantesco

L’Inferno di Dante non esplode: si spegne. Non divora con il fuoco, ma immobilizza. Non urla: soffoca il respiro. Si entra come in una stanza senza finestre, dove la luce si è ritirata da tempo, lasciando dietro di sé solo un’aria densa, opaca, che graffia i polmoni. Qui il male non è eccesso di passione, ma assenza. Assenza di moto, di desiderio, di calore. Assenza di Dio — e dunque assenza di luce.

Oggi, 25 marzo, si celebra il Dantedì, giornata nazionale dedicata all’Alighieri, in quanto data di inizio del suo viaggio.

Il fondo dell’Inferno non arde perché ciò che arde, vive ancora. Il ghiaccio, invece, conserva. Blocca. Uccide lentamente. Nel Cocito, il corpo lo sente subito: macigni bagnati rigano il viso, aghi sottili penetrano il petto, il sangue scorre ma non scalda. È sale sulle ferite, è cicatrice che non guarisce. L’anima, fatta a pezzi da un vortice di pensieri, cerca il fuoco per sopravvivere — e trova solo ghiaccio.

Fiamme di quest’ultimo. Lingue di gelo che incendiano le cicatrici senza mai cauterizzarle. Qui il dolore non esplode: si incastra. Si congela nelle vene, rallenta il battito, paralizza la volontà. Le pupille dei dannati sono dilatate come quelle di chi affoga. Ma non c’è mare: c’è fango, sporcizia, tradimento. Il gelo entra nel naso, toglie ossigeno, provoca panico. Affanno. Pugni contro muri mentali, rovine di paranoie. Il castello del paradiso interiore crolla, il suolo della mente vacilla sotto piedi che si credevano saldi.

Il Cocito, nono cerchio dell’Inferno dantesco (Inferno, canti XXXI-XXXIV), è un lago ghiacciato al centro della Terra, punizione per i traditori divisi in quattro zone: Caïna, Antenora, Tolomea e Giudecca. Il ghiaccio non è casuale: Dante attinge alla cosmologia medievale, dove il centro della Terra è il punto più freddo dell’universo tolemaico, lontano dal Sole e dal fuoco divino. I venti gelidi generati dalle ali di Lucifero congelano tutto, trasformando il lago infernale della mitologia classica – il Cocito, fiume dei lamenti – in una prigione immobile. Simboleggia il cuore indurito dal tradimento, opposto al fuoco purificatore del Purgatorio.

Tra i dannati, Ugolino della Gherardesca, erode eternamente il cranio dell’arcivescovo Ruggieri in Antenora, vendicandosi del tradimento che lo condannò a morire di fame con i figli. Di Bocca degli Abati, traditore guelfo, sporge solo il pelo dal ghiaccio. Ma il culmine è nella Giudecca: Lucifero, triplice mostro rosso e nero, mastica nelle tre gole i traditori supremi – Giuda Iscariota, Bruto e Cassio – con “tre facce” che grondano sangue e ghiaccio:

“E quello innanzi ne le nebbie carche / per trista luce, mi nascose la persona” (Inf. XXXIV, 37-38).

Le sue ali battono invano, producendo solo vento gelido che perpetua il gelo.

È questo il vero castigo: non il tormento, ma l’impossibilità di muoversi. Non l’urlo, ma il silenzio. Non il fuoco, ma la distanza assoluta da ogni fonte di luce: il vuoto. Lucifero non brucia: è imprigionato. È ghiaccio puro. È l’essere che ha smesso per sempre di desiderare. Più tenta di muoversi, più congela tutto. Il male estremo è così: produce immobilità.

“E ’l duca mio: ‘Or mira la fronte / di colei che ’l ciel gelò’ mi disse” (Inf. XXXIV, 32-33).

Ed è proprio qui che accade l’impensabile. Nel punto più freddo, nel luogo dove ogni cosa sembra finita, Dante e Virgilio si voltano. Il mondo si capovolge. Il fondo diventa inizio. La risalita comincia non con una luce, ma con un gesto. Un movimento minimo, fragile, ostinato:

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inf. XXXIV, 139).

Il Purgatorio nasce da un corpo che ricomincia a camminare. L’aria torna a muoversi. La luce non esplode: filtra, rischiara. Le anime respirano, attendono, sperano. Il gelo resta nella memoria della carne, come un trauma che insegna il valore del passo.

E quando si giunge al Paradiso, quel ghiaccio lontano non è cancellato: è trasfigurato. Tutto ciò che era fermo ora danza. Le sfere girano, cantano, vibrano. La luce non acceca: avvolge, illumina. Il movimento è armonia.

Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono luoghi separati, ma stati della stessa materia umana. Gelo, disgelo, luce. Stasi, cammino, danza.

Ognuno conosce il proprio Cocito: quel punto in cui il sangue smette di scaldare, le parole si congelano, il desiderio va in apnea. Brividi morti, denti che battono, un urlo che non esce. Ma è proprio lì — nel ghiaccio più duro — che può nascere il primo movimento. L’Inferno di ghiaccio non è la fine. È la soglia dove il male ha consumato tutto il calore. Ed è da lì, soltanto da lì, che si può ricominciare a salire.

Sara Gadda

BIBLIOGRAFIA:

Alighieri Dante. Divina Commedia, edizione critica a cura di Giorgio Petrocchi. Milano: Mondadori, 1966-1967.

Hollander Robert, Jean Hollander. The Inferno: a Verse Translation. New York: Anchor Books, 2002 (traduzione con note sul nono cerchio).

Pertile Lino, The Cambridge Companion to Dante: Cocytus, a cura di Rachel Jacoff. Cambridge University Press, 2007.

Sapegno Natalino (a cura di), La Divina Commedia: Inferno. Firenze, La Nuova Italia, 1987.

Singleton Charles, S. Journey to Beatrice. Cambridge (MA), Harvard University Press, 1967.

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