GREG GOYA: il sogno di essere artista

Basquiat, Hirst, Abramović, Banksy. Questi sono solo alcuni degli artisti contemporanei più conosciuti e amati, la cui affermazione ha avuto inizio in un mondo in cui è sempre stato difficile emergere. Un mondo però “reale”, non legato all’effimero algoritmo virtuale che regola la vita della moltitudine di persone che si riversano sui social network. A causa di questa fugacità, oggi come può un giovane, che sogna di diventare un artista, realizzare il suo sogno? Come può distinguersi dalle milioni di persone che come lui tentano di emergere? Come fa a lasciare un segno?

In cerca di risposte, abbiamo parlato con il giovane torinese Greg Goya, un ragazzo che insegue il suo sogno e che negli ultimi tempi sta “facendo rumore” nella scena artistica della nostra città e non solo.

Sui social stai guadagnando un certo seguito grazie alla tua Fast art, un ibrido tra Street art e Performance art. Però hai iniziato in tutt’altro modo.

Il mio percorso artistico nasce prima della pandemia, tra Torino e Milano, quando ho iniziato a fare Custom sneaker, ovvero dipingere usando una scarpa come tela, nel mio caso la Nike Air Force 1. È un genere che è nato negli States per poi diffondersi in Europa tra gli appassionati di streetwear, e al momento è uno stile molto rappresentato anche nel nostro Paese. Non sono stato il primo italiano a dipingere su sneaker, ma diciamo che ho un primato a livello mediatico. Perciò ho iniziato nel 2019 e ho portato avanti quest’arte per 3 anni, arrivando a confrontarmi con personaggi importanti della scena italiana: artisti visivi, musicali e del mondo della moda. Nel mio percorso è stato fondamentale il supporto di alcuni artisti musicali, tra i quali: il rapper torinese Boro Boro, MamboLosco, Alfa, Fred De Palma e Madame.

Perché la sneaker come tela?

Ho una passione sia per l’arte sia per la moda. Quando ho iniziato mi affascinava l’idea di unire i due mondi e portare l’arte nel reale. Ho infatti l’idea fissa per cui l’arte visiva, in questo periodo storico, è estremamente rinchiusa in alcune bolle, che possono essere i musei, le gallerie, le collezioni private e altro ancora. È diventata un argomento di nicchia, di raro approccio al pubblico generalista. Per esempio, un ragazzo di 16 anni difficilmente ha come idolo un artista visivo e ancora più raramente saprebbe citare alcune opere d’arte attuali. La mia mission è quella di portare l’arte visiva nella vita di tutti i giorni per restituirla alla gente; per questo le grafiche delle mie scarpe sono molto pop e condivisibili, nonostante siano comunque portatrici di significato, così come una tela. In effetti sono molto legato ad una sneaker che ho realizzato in piena pandemia a scopo benefico, che rifletteva sui temi della depressione e dell’autolesionismo, che stavano ottenendo rilevanza in un mondo che si era fermato e chiuso in se stesso.

Invece quest’anno hai cambiato il tuo modo di fare arte e di presentarla al pubblico. Perché modificare una formula che stava funzionando bene?

Il mio sogno è sempre stato quello di fare l’artista nel modo più “duro e puro” possibile; per ora è un sogno che spero davvero di realizzare. Sono molto appassionato dell’arte del ‘900 e i miei idoli sono Bansky, Basquiat, Warhol e Keith Haring, mentre italiani sono Cattelan e lo scultore Jago. Il passaggio dal Custom sneaker alla Fast art è dovuto a questo desiderio. In effetti, c’è stato un preciso momento in cui mi sono reso conto di poter cambiare strada e di volerlo fare a tutti i costi. Ne ho parlato con il mio team e ho capito che i social sarebbero stati il mezzo per comunicare al pubblico ciò che avrei creato. Ma per farlo avrei dovuto produrre davvero tanto “rumore”, senza dare la possibilità agli altri di ignorare il mio messaggio. Invece di passare direttamente dalla scarpa alla tela, ho cercato una via di mezzo. Mi sono detto: “Dato che la comunicazione avverrà tramite social, creo un’arte PER i social”. In questo risiede l’originalità del progetto: la Fast art non nasce autonomamente rispetto alle piattaforme, ma in relazione alle loro regole. Una Fast art deve durare 15 secondi perché quella è la finestra temporale che i social mi permettono di usare; anche il sonoro di sottofondo è funzionale all’arte, perché segue i trend musicali del momento. Cerco sempre di far dialogare il mondo dei social network e quello dell’arte, che poi sono i due modi con i quali mi esprimo. Per questi motivi, nella Fast art ho lasciato da parte il lato tecnico dell’arte, dando rilevanza ai concetti fondamentali che voglio trasmettere.

Perciò, riassumendo, quale è la tua definizione di Fast art?

La Fast art è un’arte veloce, nata per un mondo veloce, presente sui social network più veloci possibili, che dialoga nei formati più veloci, che mira a raggiungere più pubblico possibile, e in cui l’indice di persone raggiunte è parte stessa dell’arte.

E questo esperimento artistico come sta andando?

Benissimo. Ho iniziato due mesi fa e sto raggiungendo tantissima gente. Il numero di follower non è indicativo quanto lo sono invece i numeri di visualizzazione delle singole pagine personali.  Oltre alle statistiche dei social, ho anche una cartina tornasole del mondo reale: ogni volta che inizio una Fast art, arrivo sul posto e c’è già un gruppo di persone che mi aspetta; perciò direi che sto centrando in pieno l’obiettivo del “fare rumore”. Certamente aiuta l’aver scelto di realizzare le Fast arts in luoghi iconici e turistici di Torino, come quando ho posizionato uno specchio in piazza Castello (n.d.r. una delle sue performance artistiche) e in poco tempo 300/400 persone si sono fatte una foto davanti ad esso. Vuol dire che la mia arte significa qualcosa per le persone.

C’è qualche lato negativo in questo modo di “fare” arte?

Sicuramente questo genere è creativamente stressante: come ho detto più volte, è un’arte di veloce consumo e creo almeno tre Fast art alla settimana, che devono essere significative ma anche efficaci sui social. Inoltre, per ogni Fast art c’è un lungo processo di lavorazione: elaborazione dell’idea, creazione, ripresa video, editing del video e caricamento. Ciò avviene un giorno sì e uno no. È un meccanismo molto veloce. Per di più, nonostante i social e l’arte visiva siano immagine, questi due mondi non vanno sempre di pari passo. Infatti ci sono artisti che non hanno un grande seguito sulle piattaforme, sebbene poi nella realtà siano dei mostri sacri. In tal senso, sono felice che su TikTok stiano emergendo dei content creator che realizzino materiali di un livello più alto rispetto a quello con cui l’app era nata. Anche se purtroppo TikTok è un’app problematica a causa dell’algoritmo che spesso blocca i video, senza un apparente motivo. Su Instagram invece c’è più meritocrazia per quanto riguarda la comunicazione e la qualità dei video.

La tua Fast art è incentrata sul tema dell’amore. Perchè?

Questo è il primo tema che ho deciso di trattare perché ho pensato fosse il più pop ed eterno, in modo che tutti ne fossero coinvolti a livello personale. Ed è una cosa che trascina ampiamente agli adolescenti, nonostante il mio pubblico si aggiri intorno alla fascia 20-30. Questo riconoscersi nella mia arte è sempre in riferimento al carattere consumabile della Fast art, che nasce come rifiuto dell’arte iper-concettuale moderna e contemporanea. La Fast art vuole avvicinarsi al pubblico e legare con esso. Se una persona guarda ciò che sto facendo e non capisce, o non prova niente, vuol dire che ho fallito nel mio intento.

Come hai detto all’inizio, la Fast art è un passaggio intermedio. In quale direzione stai andando?

Vorrei realizzare la prima tela in modo che riprenda alcuni argomenti della Fast art e che crei una continuità artistica, cristallizzando nel tempo la Fast art, che è caratterizzata dalla caducità. Quasi come se la tela fosse una fotografia che catturi per sempre un’emozione sfuggente.

Hai portato qualcosa che a Torino non c’era: una sorta di romanticismo per la città, che consiste non solo nel cercare e vedere ciò che ci sta attorno, ma nel guardare veramente quelle strade, piazze e ponti per cui tutti passiamo ogni giorno.

La scelta di Torino, oltre al viverci, è dovuta a due motivi. Sicuramente mi piace tanto a livello estetico, perché è una città particolarmente “da social” per il suo animo parigino, benché non si veda molto sulle piattaforme. Poi, ho notato che creare arte nei posti turisticamente rilevanti di Torino, attrae subito l’attenzione della comunità torinese. È bello vedere che nei commenti dei miei video ci siano molti torinesi che riconoscono la bellezza della loro città.

Grazie mille per questa bellissima intervista.

Grazie a voi per lo spazio che mi avete dedicato.

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