Piemonte: l’allarme siccità e il paradosso delle grandi opere inutili

Gli agricoltori che speravano di irrigare i campi durante i due giorni di maltempo previsti per il ponte del primo maggio si sono dovuti arrendere alla triste realtà: le due gocce di pioggia del weekend scorso non hanno modificato di una virgola il quadro di aridità emergenziale in cui versano i territori del Piemonte, dopo un inverno in deficit pluviometrico del 45% rispetto alla norma 1991-2020, secondo i dati Arpa.

Intanto, salgono a ottantuno i comuni in stato di allerta idrica nelle province di Novara e VCO, dove il corso dei fiumi e dei canali in secca viene costantemente monitorato dalle autorità locali, onde evitare possibili crisi sanitarie. Non è utopistico immaginare per quest’estate un’estensione del razionamento idrico, misura annunciata recentemente per trentasei comuni del Novarese, a ulteriori settanta frazioni del Cuneese, dove la scomparsa di antiche sorgenti acquifere montane è stata compensata con l’utilizzo di vasche artificiali, ricaricate settimanalmente dalle autobotti.

Sono proprio i comuni di montagna, afferma il presidente dell’Azienda Cuneese dell’Acqua Livio Quaranti, quelli che rischiano di restare più facilmente in secca, perché l’acqua sorgiva d’altura tende ad essere la più superficiale e, di conseguenza, anche quella più soggetta alle crisi dovute ai cali di precipitazioni, stimati dall’Arpa intorno all’80% per lo scorso febbraio.

Una situazione molto simile la ritroviamo a San Giorio, un paesino della bassa Val di Susa particolarmente colpito dagli effetti della crisi climatica. Mentre il comune è costretto a ricorrere alle autobotti per far arrivare l’acqua nelle frazioni limitrofe, denuncia il sindaco Danilo Bar in un’intervista al Fatto Quotidiano, il cantiere del Tav, distante appena una quindicina di chilometri, spreca quella risorsa “per costruire una grande opera inutile”.

Come evidenziato dal naturalista Luca Giunti, che ha curato con il meteorologo Luca Mercalli il saggio “Tav No Tav. Le ragioni di una scelta” (Scienza Express, 2015), durante gli scavi del cunicolo esplorativo (2013-2017), propedeutico alla realizzazione del tunnel di base, sono state intercettate 245 falde acquifere (dette “vedute d’acqua” in gergo tecnico), il cui volume d’acqua fuoriuscito equivale al fabbisogno di una città di 40.000 abitanti. Con i dati che abbiamo, è legittimo stimare che, al termine del tunnel vero e proprio, i litri d’acqua perduti potrebbero soddisfare le necessità idriche annue di un comune di 600.000 persone, una cifra impressionante. Inoltre, analizzando le variazioni di portata delle “vedute d’acqua” tra il 2013 e il 2017, è stata riscontrata una preoccupante diminuzione dei flussi idrici, sintomo di un innaturale “svuotamento del serbatoio” della montagna.

Il Comitato Acqua Pubblica Torino e il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua sottolineano che l’acqua intercettata, fuoriuscita innaturalmente dalla montagna a elevate temperature, non verrebbe reintrodotta nei canali dell’acquedotto ma nella Dora Riparia, perché i processi di chiarificazione e raffreddamento richiederebbero costi energetici spaventosi.

I fattori di rischio per le falde acquifere della provincia di Torino non si limitano al cantiere di Chiomonte: il progetto del treno ad alta velocità prevede la creazione di una gigantesca discarica a cielo aperto per il materiale di scavo nella zona agricola di Cascina Romana (Rivalta), proprio dove scorrono le sorgenti sotterranee che alimentano l’acquedotto di Torino. Il timore è che, nonostante i vari trattamenti, i milioni di metri cubi di rifiuti possano danneggiare le falde, inficiando pesantemente la rete idrica della nostra città.

Crediti immagine: https://www.open.online/2023/02/18/allarme-siccita-centro-nord-smog-coltivazioni/

Se, da un lato, il grande autore latino Plinio il Vecchio – convinto che l’uomo debba usufruire di ciò che la natura mette a disposizione spontaneamente sulla superficie della terra – avrebbe probabilmente perdonato la Smat per aver ha dato il via al trivellamento in profondità dei pozzi a La Loggia (To) e Scalenghe (To) per far fronte all’emergenza idrica, difficilmente avrebbe apprezzato il paradossale progetto dello Ski Dome di Cesana, che ha allarmato gli ambientalisti.

Nei piani della giunta comunale del leghista Roberto Vaglio, la pista da bob di Cesana Torinese, lasciata in totale stato di abbandono dopo le Olimpiadi del 2006, verrebbe sostituita da una delle più lunghe piste da sci al chiuso del mondo, alimentata da pannelli fotovoltaici e finanziata con un investimento privato di circa 50 milioni di euro. Una struttura che, secondo il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, non è assolutamente compatibile con l’attuale emergenza climatica: l’obiettivo è quello di puntare alla rinaturalizzazione del territorio, utilizzando con estrema cautela le risorse idriche, che non possono essere sprecate per ragioni puramente ludiche.

Micol Cottino

Crediti immagine di copertina; nss magazine; Today

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