“Blackout” di R. Leonardi: il thriller che non riuscirete a smettere di leggere

Se siete alla ricerca di un thriller che vi tenga col fiato sospeso fino all’ultima pagina, Blackout di Roberto Leonardi fa proprio al caso vostro. Edito da Leone Editore a novembre 2020, questo libro appartiene alla colonna Mistèria, che comprende romanzi investigativi, noir e del terrore.

Ethel e Christopher sono sposati da un paio d’anni quando decidono di cambiare vita per avere prospettive più rosee. Così si trasferiscono dalla radiosa Alabama a Joylet, in Pennsylvania, dove Cristopher lavorerà come minatore nelle proprietà di Fred Hutchison. Tuttavia, fin dal loro arrivo, Joylet si rivela essere una cittadina decisamente sui generis:

per tre quarti lambito da un’ampia ansa del Susquehanna, e il restante quarto, una superficie sconnessa sormontata da un labirinto di piante, lo teneva legato alla terraferma. Quel paesino era stato edificato su una penisola, una lingua che solleticava l’incavo a gomito del grande corso d’acqua”.

Ma a essere ancora più singolare è la struttura della cittadina, concepita appositamente dallo stesso Fred Hutchison:

un vialone che gira su se stesso, come una spirale, e  che termina nella piazza centrale, Rainbow Square. Spire Street compie tre cerchi completi che noi chiamiamo, partendo dall’esterno, terzo, secondo e primo anello. Lei mi dirà: non ci sono altre vie? Certo! Si immagini il cerchione di una ruota di bicicletta composto da sei raggi. Ecco, Joylet è proprio così. Dalla piazzetta si diramano sei viottole pedonali che dividono il paese in sei settori equivalenti. Un settore, un quartiere. Le mura delle abitazioni di ogni quartiere sono monocrome e tinteggiate con differenti colori. Turchese, rosa antico, ocra, rosso corallo, lime e bianco”.

La vita di Ethel a Joylet scorre tranquillamente, nonostante piccole incongruenze, avvenimenti insoliti e i sinistri abitanti che turbano la sua quotidianità e il suo sonno. Ma la monotona vita di Joylet è destinata a collassare su se stessa ai primi giorni di gennaio, quando il vecchio ponte che collega la piccola cittadina al resto del mondo crolla sotto il peso dell’abbondante nevicata, costringendo i minatori a restare lontani dal paese ma soprattutto isolandolo del tutto. Con l’improvvisa interruzione della luce elettrica, che elimina definitivamente anche i collegamenti telefonici, gli abitanti di Joylet si trovano davvero fuori dal mondo.

Ethel si trincera in casa, fin quando di notte viene svegliata da un’inquietante presenza alla sua finestra:

Un’ombra si dimenava all’esterno e scagliava pugni sul vetro della finestra. Stava urlando. Atterrita, mi ritirai contro la testiera del letto. Poi allungai il braccio e accesi l’abat-jour. C’era una faccia che premeva contro il vetro. Era la personificazione del terrore”.

Dopo il terrore iniziale, Ethel scopre che si tratta di Susan, l’unica figlia rimasta alla sua amica e vicina di casa Violet Rivera. Ma dopo aver fatto entrare la piccola in casa ed essersi recata dalla vicina, Ethel scopre l’inquietante verità: Violet è stata assassinata e il suo si rivela essere solo il primo di una lunga serie di omicidi efferati che coinvolgono madri e figli. Terrore e isteria invadono Joylet e quando anche il capro espiatorio scelto dalla cittadina viene trovato morto, agli abitanti non resta che prendere una decisione: decidere se restare uniti fidandosi di chi hanno attorno o isolarsi, trincerandosi nelle proprie case che però non sembrano essere poi così sicure.

La storia ci viene raccontata da Ethel molti anni dopo, quando è lei stessa a narrarla al suo nipotino: tutto il romanzo ci viene raccontato dal suo personaggio, ma si rivela essere fin da subito un narratore inaffidabile. È una donna insicura, tormentata dai fantasmi del suo passato che sembrano tentare a tutti i costi di trascinarla nel loro abisso.

La tensione e l’inquietudine crescono pagina dopo pagina, tenendo il lettore incollato e obbligandolo a divorare un capitolo dopo l’altro, fino all’ultimo clamoroso colpo di scena finale. Fidatevi: non riuscirete a smettere di leggerlo.

Irene Rolando

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