“Le assaggiatrici” di Rosella Postorino: fin dove è lecito spingersi per sopravvivere?

Le assaggiatrici di Rosella Postorino è una di quelle letture in grado di conquistare completamente il lettore, catturandolo grazie alla sua trama e alla voce narrante della sua protagonista. Una storia commovente, intrigante e interessante, un romanzo di quelli davvero unici, capace di stimolare la riflessione e di toccare emotivamente coloro che hanno la fortuna di prenderlo in mano.

Rosella Postorino ci racconta la storia di Rosa Sauer, giovane segretaria berlinese di 26 anni che nel ’43 lascia Berlino per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati. Il marito Gregor è al fronte e Rosa decide di raggiungere i cognati a Gross-Partsch, piccolo paesino in campagna nella Prussia Orientale che ospita, però, un enorme segreto: nei boschi che lo circondano si nasconde il quartiere generale di Hitler, dove il Führer stesso soggiorna.

Rosa è appena arrivata a Gross-Partsch e subito la sua routine viene sconvolta. Assieme ad altre nove donne, infatti, diventa un’assaggiatrice: tutti i giorni, per tre volte al giorno, queste donne hanno il compito di assaggiare i gustosi manicaretti che il cuoco personale di Hitler prepara loro, per accertarsi che non siano avvelenati. E dopo anni di fame, privazioni e paura, Rosa ha la possibilità di fare tre pasti completi. Ogni giorno. In cambio, la paura, il costante terrore che quello che ha nel piatto davanti a lei sia avvelenato. Quello che le permette di vivere è ciò che potrebbe ucciderla.

Alle undici del mattino eravamo già affamate. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura. E quando il profumo delle portate fu sotto il nostro naso, il battito cardiaco picchiò sulle tempie, la bocca si riempì di saliva. […]. All’inizio prediamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo. […]. Poi però scivola per l’esofago atterrando in quel buco nello stomaco, e più lo riempie più il buco si allarga, più stringiamo le forchette. Lo strudel di mele è così buono che ne infilo in bocca brani sempre più grossi, ingurgitando un pezzo dopo l’altro sino a gettare indietro la testa e riprendere fiato, sotto gli occhi dei miei nemici”.

Rosa non è nazista, ammette lei stessa di non essere mai stata una buona tedesca. Eppure quel cibo gratis, che le viene offerto tutti i giorni quasi per caso, le permette di restare in vita. Le permette di sopravvivere mentre il resto della Germania muore di fame. E di continuare a sperare nel ritorno di Gregor, consolata soltanto dalle poche lettere censurate che arrivano sporadicamente.

“Ingoiavo il boccone che avrebbe potuto uccidermi come un fioretto, tre fioretti al giorno per ogni giorno della novena natalizia. […]. Offro la mia paura di morire, il mio appuntamento con la morte rimandato da mesi e che non posso annullare, li offro in cambio della venuta di Gregor. La paura entra tre volte al giorno, sempre senza bussare, si siede accanto a me, e se mi alzo mi segue, ormai mi fa quasi compagnia”.

Dallo sguardo filtrato di Rosa, intravediamo anche le altre donne, unite a lei nella stessa sorte. La fiera Augustine, la dolce Leni, la vivace Ulla e soprattutto l’enigmatica Elfriede. Mese dopo mese, tra le donne nascono amicizie, patti e segreti. Tutte legate le une alle altre dalla paura di morire. Un terrore cieco, che le accompagna tutti i giorni. Tre volte al giorno.

Io osservavo le pietanze nei piatti delle altre, e la ragazza cui era toccato il mio stesso cibo, quel giorno, mi diventava più cara di un parente stretto. La sua sopravvivenza mi premeva quanto la mia, perché condividevamo un’unica sorte”.

La voce di Rosa, intima, sincera, ma anche dura e penetrante, cattura il lettore e lo porta con lei nella sua vita, nella battaglia quotidiana tra il vivere e il morire, nelle decisioni che prende e in quelle che può solo subire una ragazza indifesa e fragile davanti alle violenze della Storia. Quanto si può scendere a patti con la propria coscienza pur di restare e sentirsi vivi? In tempo di guerra è davvero tutto lecito? Vivere così, con la paura a ogni pasto, è davvero vivere?

“Ogni lavoro è una schiavitù: il bisogno di avere un ruolo nel mondo, di essere incanalati in una direzione precisa, per sottrarsi al deragliamento, alla marginalità. Avevo lavorato per Hitler. […]. Tutte eravamo finite nella tana del lupo senza deciderlo. Il Lupo non ci aveva viste. Aveva digerito il cibo che noi avevamo masticato, aveva espulso le scorie di quello stesso cibo e non aveva mia saputo nulla di noi”.

Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto una dittatura? Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi. Ero responsabile soltanto del cibo che ingerivo, un gesto innocuo, mangiare: come può essere una colpa? Si vergognavano le altre, di vendersi per duecento marchi al mese, ottimo salario e vitto senza paragoni? Di credere, come avevo creduto io, che immorale fosse sacrificare la propria vita, se il sacrificio non serviva a nulla? Non c’era alternativa, dicevamo”.

A dare ancora più forza alla narrazione è poi lo scoprire nella nota dell’autrice che si tratta di una storia vera: è Rosella Postorino stessa a raccontare nelle pagine finali la genesi di questo libro, quando nel 2014 lesse sul giornale la storia di Margot Wolk, l’ultima assaggiatrice di Hitler rimasta in vita che a 96 anni decise di rendere pubblica la sua esperienza. L’autrice purtroppo non riuscì a incontrarla, ma dalla sua penna nacque questo meraviglioso romanzo, vincitore di numerosi premi, tra cui il Premio Campiello nel 2018.

Irene Rolando

Crediti immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146-2007-_0125,_Russland,_Hitler_und_Reichenau.jpg

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