MAFIA, LE RADICI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA DAL NORD AL SUD: chi c’è a “combatterla” (pt. II)

Martedì 10 ottobre si è tenuta una conferenza al Campus Einaudi, “Mafia, le radici della criminalità organizzata dal Nord al Sud”. Tra i relatori  – a questo proposito si invita a leggere la prima parte dell’articolo – la Dott.ssa Patrizia Caputo, Procuratore Aggiunto e Coordinatrice del Gruppo Criminalità Organizzata presso la Procura di Torino; il Dott. Tommaso Pastore, Capocentro della Direzione investigativa Antimafia di Torino; Andrea Zummo per Libera Piemonte e Marco Pelissero per l’Università di Torino. In questo articolo, che segue una prima parte sul falso mito della non presenza della mafia al Nord, si vuole parlare delle procedure e degli strumenti giuridici adottati dall’apparato statale per combattere le associazioni criminali di matrice mafiosa.

L’importanza del sistema normativo e investigativo nel contrastare la mafia

La Direzione Investigativa Antimafia nasce nel 1991 da un’idea del giudice Falcone: occorre contrastare la mafia con uno strumento simile alla mafia stessa, ovvero la presenza speculare sul territorio. Il giudice Falcone studia infatti un sistema binario: una procura e un organismo investigativo che deve coordinare le azioni antimafia. Le finalità di quest’ultimo apparato sono lo svolgimento di attività investigative e l’aggressione dei patrimoni illeciti. Le tecniche di indagine di cui la Direzione Investigativa Antimafia si avvale sono: i collaboratori di giustizia (impropriamente detti “pentiti”), i testimoni di giustizia e le indagini preliminari, ovvero le indagini che, partendo da quei “segnali” di cui parla la Dott.ssa Patrizia Caputo, conducono alla scoperta di affari criminali mafiosi.

Accanto a quest’organo vi è la Procura, del cui intenso lavoro si è parlato nella prima parte dell’articolo. Compiti della Procura (Gruppo Criminalità Organizzata presso la Procura) sono aiutare la polizia giudiziaria e saper ricondurre gli elementi concreti di un’associazione mafiosa al quadro normativo del 416 bis.

L’articolo 416 bis del codice penale, oltre a regolare la reclusione in base al tipo di affiliazione considerata, disciplina quali sono le caratteristiche di un’associazione mafiosa e cioè, quindi, quando effettivamente si è di fronte ad un’organizzazione di tipo mafioso: “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.

Costantino Visconti scrive nel suo libro: “La mafia è dappertutto: falso”. Diventa falsante della realtà pensare che la mafia sia dappertutto, cioè riconoscere in tutte le organizzazioni criminali il legame con la mafia, spiega Marco Pelissero, Professore ordinario di Diritto Penale dell’Università degli Studi di Torino. Per considerarle tali occorre almeno questo elemento: la forza di intimidazione, che porta ad atteggiamenti di omertà e assoggettamento. Nella pratica, tuttavia, non è facile ricondurre all’articolo 416 bis le organizzazioni criminali mafiose e la magistrata Patrizia Caputo ricorda che “lo strumento penale è potente ma va usato con estrema attenzione”.

La forza di intimidazione, prevista dall’articolo, non deve derivare solamente dalle azioni, basta semplicemente la fama intimidatoria che sta dietro a quel nome. La Corte di Cassazione nel 2019, a tal proposito, ha emesso una dichiarazione sull’esteriorizzazione del metodo mafioso: nel contesto sociale, cioè, si ha la consapevolezza che quella organizzazione si basa su omertà, intimidazione e assoggettamento. 

Cosa può fare il cittadino: Associazione Libera Piemonte

Fondata nel 1995, a seguito delle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le stragi del 1992-93, l’Associazione Libera nasce con una convinzione: per combattere le mafie, oltre alla magistratura e all’apparato investigativo,  occorre la sensibilizzazione, spiega il Dott. Andrea Zummo, Responsabile per la Fondazione dell‘Associazione Libera Piemonte. Dopo le morti dei giudici Falcone e Borsellino, lo scrittore Gesulado Bufalino scrisse “La mafia verrà vinta da un esercito di maestre elementari”. Si è detto, anche nella prima parte, che la mafia per esistere genera consenso. Nel Nord le regioni a capo della classifica dei comuni sciolti per mafia sono Piemonte, in particolare di Bardonecchia, e Liguria: questo a dimostrare che la sensibilizzazione serve in tutte le regioni italiane. In Piemonte abbiamo centinaia di beni confiscati alla mafia: case, cascine, terreni, appartamenti. Solo nell’estate 2022 sono tre gli immobili confiscati alla criminalità: il “Castello Bramafame” e due appartamenti rispettivamente situati in via Bardonecchia 48 e in corso Lecce 25, quest’ultimo convertito a casa di accoglienza per migranti minori. 

L’Associazione di Libera ha anche un’altra finalità, la memoria collettiva. Il 21 marzo è la giornata in cui si ricordano le vittime della mafia: il termine “vittima” include tanto coloro che l’hanno combattuta, quanto coloro che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato (la storia di Bruno Caccia a Torino è esemplificativa in questo senso). Potremmo inglobare nel concetto di vittima anche le persone che sono vittime di certi contesti, come suggerisce la visione del film di Francesco Munzi, Anime nere (2014).

Direzione Investigativa, Procura e Associazione Libera sono le armi di cui la Giustizia e il cittadino al momento si avvalgono per combattere la mafia.

Nicole Zunino

Fonte: conferenza “Mafia, le radici della criminalità organizzata dal nord al sud” di ELSA Torino (10 ottobre 2023)

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