La casalinga, il meccanico e il cavaliere imbroglione

Raccontare i primi vent’anni della carriera imprenditoriale di Silvio Berlusconi significa addentrarsi nei meandri più bui di una foresta fitta di misteri, di società offshore e di flussi danariferi che appaiono per magia, come la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, nelle mani della famiglia dell’ex piazzista porta a porta di scope elettriche. Il nome dell’imprenditore, presente nell’elenco di affiliati alla loggia massonica P2 ritrovato dagli inquirenti durante le perquisizioni nella villa di Licio Gelli e reso pubblico dal Consiglio dei ministri il 21 maggio del 1981, rappresenta agli occhi di milioni di elettori dello Stivale un virtuoso esempio di self made man col pollice verde negli affari, capace di guidare lo Stato con i proventi del proprio impero. 

È una favola tutta americana raccontata su un palcoscenico milanese, un gioco di prestigio degno del grande Houdini che, come ogni illusionista che si rispetti, nasconde il proprio trucco: secondo la tesi dell’americano Nick Tosches, giornalista del New York Times e autore della biografia I misteri di Sindona, Silvio Berlusconi, agli esordi della sua carriera, avrebbe disposto di ingenti finanziamenti stanziati dalla Banca Rasini, una piccola banca lombarda nata negli anni Cinquanta che annovera, tra i suoi principali clienti, i boss mafiosi Totò Riina, Pippo Calò e Bernardo Provenzano, come riportato dall’ufficiale Vincenzo Pilato nel suo libro La mafia, la Chiesa e lo Stato.

Crediti: https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/92564-da-berlusconi-a-dell-utri-quei-soldi-versati-alla-mafia-sanguinaria-2.html

Il “pentito” Michele Sindona (anch’egli membro della P2 e mandante dell’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli) rivela a Tosches in un’intervista del 1985 che era al corrente dei movimenti finanziari della Rasini, allora controllata dal procuratore Luigi Berlusconi (padre di Silvio) e considerata dallo stesso Sindona come il principale centro di riciclaggio “settentrionale” del denaro di Cosa Nostra, il punto di incontro tra i capitali lombardi e quelli palermitani — concentrati nelle mani di Giuseppe Azzaretto (Max Parisi, Andreotti & la banca dei mafiosi a Milano). Berlusconi padre, inoltre, risulta tra gli acquirenti, per conto di Banca Rasini, di una quota di Brittener Anstalt, una società legata alla Overseas Nassau Bank, amministrata, tra gli altri, da Roberto Calvi, “il banchiere di Dio” e Paul Marcinkus, soprannominato “il gorilla del Vaticano” (Otello Lupacchini, Giorgio Ambrosoli, quando Sindona pronunciò la sua condanna a morte in un hotel di New York, Il Fatto Quotidiano).

Dopo un primo periodo trascorso come cantante sulle navi da crociera, il giovane agente immobiliare dal canino sanguigno si mette in proprio e fonda, nel 1961, Cantieri Riuniti Milanesi, il gruppo che organizza i lavori di costruzione del nuovo quartiere Edilnord nel comune monzese di Brugherio, “l’oasi chic dove l’autunno arriva dopo e la primavera inizia prima”, come recita la pubblicità dell’epoca. Nel 1968, il nome della cugina di Berlusconi, tal Lucia Borsani (Tutte le “B” di Silvio, L’Espresso), appare nei registri notarili come unico intestatario della nuova (nonché prima di una lunghissima serie) società a gestione familiare, la Edilnord Sas, che in pochi mesi acquista 700 metri cubi di terreni a Segrate, il nucleo fondamentale del progetto abitativo di Milano II, il colossale cantiere dal costo di 500 milioni di lire al giorno e portato a termine nel 1979.

Una parte dell’opinione pubblica, colpita dal tintinnio assordante che accompagna ovunque il giovane Silvio Berlusconi, drizza le antenne: com’è possibile, si domanda nel 1976 il giornalista partigiano Giorgio Bocca, che un piccolo imprenditore milanese abbia a disposizione i capitali di un miliardario? Dove trova l’allora Cavaliere i 3 miliardi di lire per dare inizio ai lavori di Milano II? La domanda resta senza risposta. Edilnord, con un tocco di magia, può tutto, perfino cambiare le destinazioni della rete aeroportuale nazionale: stando a quanto affermato dalla scrittrice italiana Camilla Cederna sul quotidiano L’Espresso nell’aprile del 1977, Berlusconi avrebbe ottenuto senza grandi difficoltà dal Ministero la cancellazione di alcuni voli diretti a Milano Linate, nella speranza di aumentare le vendite immobiliari grazie alla riduzione dell’inquinamento acustico nel quartiere di nuova costruzione.

Crediti immagine: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/cosi-berlusconi-porto-milano-e-arcore-al-centro-della-vita-politica

L’universo delle mille e una società berlusconiane — che si moltiplicano attorno all’asse centrale della Fininvest, nata dalla fusione di Fininvest Roma e Fininvest Milano nel 1979 — è una fitta ragnatela che complica il lavoro di tracciamento dei movimenti finanziari alla Banca d’Italia e al ministero del Tesoro. Nello studio di quattro pagine pubblicato dal settimanale The Economist e intitolato An Italian Story, la Banca Rasini appare come il centro di una serie di transizioni illecite di denaro dirette alle holding di Fininvest, tutte registrate come negozi di parrucchieri e centri estetici (The Economist).

Nel mondo di Silvio nel paese delle meraviglie, i fondatori delle società italiane alla base dell’impero di Berlusconi sono spesso meccanici, invalidi e casalinghe, tutti prestanome. Nicla Crocitto, ad esempio, una massaia di 65 anni residente a Milano II, risulta essere l’intestataria delle ventidue Holding Italia (Holding Italia prima, Holding Italia seconda, Holding Italia terza, ecc…), che detengono complessivamente il 90% delle quote del capitale Fininvest. Enrico Porra, invece, un anziano di 75 anni in sedia a rotelle e reduce da un ictus, è registrato come proprietario della Ponte, una minuscola società fondata per versare 11 miliardi di lire a dieci holding Italia e sparita nel nulla una volta terminata la transazione (Felice Froio, Il Cavaliere incantatore).

Micol Cottino

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