IL FEMMINILE SECONDO L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA: si parla di schwa, maschile plurale inclusivo e se la lingua può condizionare la percezione della realtà

L’italiano è una lingua bellissima, ricca di vocaboli e, come tutte le lingue, la sua dimensione primaria è quella orale. La globalizzazione, l’avvento delle tecnologie, la crescente burocratizzazione, però, hanno portato a una produzione esponenziale di testi scritti. Se nel parlato, specialmente nel linguaggio informale e famigliare, la parola è libera di esprimersi rimanendo fedele ai modi e alla cadenza del parlante, non è possibile fare lo stesso nella scrittura, che implica, invece, l’uso di un italiano standard.

Rispetto alle rivendicazioni linguistiche femministe l’Accademia della Crusca, istituzione italiana dal 1583, ha deciso di esprimersi in merito a quelle che sono le “indicazioni ufficiali” a cui attenersi in testi di pubblica amministrazione e istituzionali. Il modello a cui si fa riferimento è quello di Alma Sabatini, che ha iniziato a parlare di “donne e linguaggio” a metà degli anni Ottanta. L’obbiettivo di queste nuove indicazioni è la volontà di rompere qualunque eventuale asimmetria tra i generi che possa essere discriminatoria.

La lingua condiziona veramente la percezione della realtà? L’Accademia della Crusca non entra in questo dibattito, nonostante sottolinei come le moderne neuroscienze e illustri linguisti del Novecento (Lévi-Strauss, Dumézil) abbiano messo in discussione il fatto che la lingua sia un modo con cui le persone colgono e interpretano il mondo. Chi opera nell’amministrazione della giustizia, nelle istituzioni pubbliche, nella burocrazia o nel diritto deve essere chiaro e coinciso, pertanto deve essere istruito ad un linguaggio che gli renda naturale e automatico il rispetto delle sue regole. Considerato ciò, riporto di seguito le indicazioni pratiche suggerite dall’Accademia:

  • Evitare le reduplicazioni retoriche: si intende la formula che leggiamo ogni giorno nelle mail inviate dall’università, “studenti e studentesse” o “cittadini e cittadine”; meglio usare espressioni di genere neutro, ad esempio preferendo “persona” a “uomo”, o ove non è possibile usare il maschile plurale inclusivo (a differenza del singolare).
  • Uso dell’articolo con cognomi di donne: quante volte nei libri di letteratura alle superiori abbiamo letto “il Manzoni” o “il Leopardi”? Questo perché nell’italiano standard si ammetteva per personaggi celebri l’uso dell’articolo maschile davanti ai cognomi. Oggi è una pratica poco diffusa, più usata invece per le donne. L’Accademia della Crusca non ritiene discriminatorio aggiungere l’articolo, soprattutto perché renderebbe il soggetto con più chiarezza; tuttavia, di fronte all’uso comune (che alla fine rimane il vero giudice), suggerisce piuttosto di integrare il cognome con il nome.
  • Escludere segni grafici che non abbiano corrispondenza nel parlato: si diceva prima che la dimensione primaria di una lingua è quella orale, pertanto segni come la schwa o l’asterisco non sono ammessi. L’Accademia insiste nel dire che il maschile plurale non marcato è lo strumento migliore per rappresentare tutti gli orientamenti: serve ad includere e non a prevaricare.
  • Applicazione delle normali regole di grammatica per volgere nomi di cariche e professioni al femminile: riporto qui qualche esempio sulla base delle diverse classi di nomi che esistono nella lingua italiana:
    • I nomi terminanti in maschile in –o hanno il femminile in –a: avvocato/avvocata, medico/medica, architetto/architetta, colonnello/colonnella.I nomi terminanti in –e non suffissati (quindi non riguarda –tore o –sore) sono ambigenere: il/la preside, il/la giudice, il/la presidente; fanno eccezione studente/studentessa, professore/professoressa.I nomi suffissati in -iere diventano –iera: cavaliere/cavaliera, cancelliere/cancelliera; fanno eccezione i titoli onorifici che al momento rimangono declinati al maschile anche se attribuiti a donne.I nomi suffissati in –a e in –insta al singolare sono ambigenere, al plurale mutano: piloti/pilote, avvocati penalisti/avvocate penaliste; fa eccezione poeta/poetessa. I nomi terminanti in –tore diventano normalmente –trice: attore/attrice, procuratore/procuratrice, con delle eccezioni per il femminile in –tora (questore/questora), o in –essa (dottore/dottoressa). I nomi terminanti in –sore mutano al femminile in –sora: assessore/assessora, difensore/difensora; fa eccezione professore/professoressa.
    • I nomi suffissati in –one diventano –ona: commilitone/commilitona, ma, anche qui, non mancano le eccezioni: campione/campionessa.
  • Mantenimento dei nomi di professione grammaticalmente maschili o femminili validi anche per il genere opposto: “la guardia giurata”, “la sentinella” o “la guida turistica” sono grammaticalmente femminili, ma si estendono anche al maschile; allo stesso modo, “il membro” o “il soprano”, grammaticalmente maschili, sono validi anche per il femminile.

Le indicazioni sono fatte per aiutarci: se nei contesti ufficiali sono una guida dal ruolo indiscutibile, nel privato diventano un suggerimento in più per esprimerci. La lingua, nelle sue dimensioni orale e scritta, è un mezzo di comunicazione della gente, per la gente e fatto dalla gente, pertanto solo chi ne fa uso può imporne le declinazioni; per questo motivo credo di non aver mai letto “medica” o sentito che qualcuno abbia pronunciato “tuttə” per riferirsi ai presenti nella stanza.

Nicole Zunino

Fonte: Accademia della Crusca rispetto al quesito sulla scrittura rispettosa della parità di genere (Protocollo Arrivo N. 265/2023).

Crediti immagine in evidenza: https://unsplash.com/it/foto/lavenir-si-signe-feminin-hUWINRMPvsc?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash

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