“Kallarðu þetta jafnrétti?”: lo sciopero delle donne in Islanda

“Kallarðu þetta jafnrétti?” “E questa la chiamate uguaglianza?” 100.000 donne in Islanda hanno posto questa domanda prendendo parte a una giornata di sciopero contro la violenza di genere e il gender pay gap il 24 ottobre. 

L’Islanda è considerata da 14 anni dal World Economic Forum la nazione con meno disparità salariale tra uomini e donne: l’organizzazione stima che il gap, lo spazio, tra gli stipendi degli uomini e quelli delle donne a parità di mansione sia chiuso per il 91.2% (l’Italia è indietro di 20 punti percentuali abbondanti, nel 2023 ha perso 16 posizioni crollando al 79esimo posto).

Questo non significa però che non esistano categorie di lavoratrici i cui stipendi sono ancora fortemente inferiori rispetto a quelli dei loro colleghi uomini: secondo un recente studio di Statistics Iceland infatti le donne che si occupano di professioni storicamente femminili, come la cura di bambini e anziani, sono pagate in media il 20% in meno dei colleghi uomini.

Per le organizzatrici della protesta, comunque, quello salariale non è il solo problema: nell’invitare allo sciopero donne e persone non binarie hanno infatti ricordato il legame tra lavoro sottopagato e violenza di genere e sessuale, delle quali sono vittime circa il 40% delle donne islandesi. 

Lo sciopero, che ha riguardato sia il lavoro pagato sia quello non pagato (come il lavoro domestico e di cura), non è stato il primo di questo genere per il paese: quella del Kvennafrí, giorno di riposo delle donne (un’espressione scelta per accontentare chi riteneva che il termine sciopero fosse troppo radicale), è una pratica che è stata ideata e realizzata per la prima volta nel 1975 e replicata poi numerose volte ma mai, fino a quest’anno, di nuovo per una giornata intera.

Lo spunto fu la proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 1975 come anno della donna: al tempo gli stipendi degli uomini in Islanda erano per il 40% superiori a quelli delle donne. La proposta arrivò dal gruppo femminista Redstockings e si diffuse inizialmente per passaparola tra le donne dei settori più poveri della classe lavoratrice, particolarmente favorevoli a chiedere un miglioramento delle proprie condizioni di impiego.

Partecipò il 90% della popolazione femminile, e 25.000 donne (al tempo più di un decimo degli islandesi) si riversarono in piazza a Reykjavik con cartelli e striscioni.

Persino alcuni uomini, come i lavoratori del giornale socialdemocratico Alþýðublaðið, mostrarono solidarietà rifiutando di svolgere le mansioni di solito compito delle colleghe donne. Per altri uomini la giornata fu caratterizzata dal dover per la prima volta nella propria vita occuparsi dei propri figli, dando vita a una variegata aneddotica su scorte di caramelle e cibi facili da cucinare.

L’anno successivo, anche grazie alla grandissima risonanza mediatica avuta dallo sciopero – o giorno di riposo – venne passata una pionieristica legge sulla parità di genere.

Quest’anno le 100.000 donne che hanno partecipato, nonostante le accuse di essere “ingrate femministe di classe media che hanno ogni opportunità ma continuano a essere arrabbiate per tutto e per nulla”, come ha dichiarato una di loro, María Hjálmtýsdóttir, al Guardian, si sono ritrovate sulla collina di Reykjevik e hanno ascoltato comizi e discorsi di attiviste, sindacaliste, donne impegnate nell’imprenditoria, studentesse, oltre che musica dal vivo. 

E hanno, come ha scritto Hjálmtýsdóttir, cantato, e urlato, e applaudito all’unisono, e pianto, ricordando le discriminazioni che le donne subiscono ancora, anche nel paese che è il primo al mondo per l’uguaglianza tra i generi.

Virginia Platini

Fonte immagine in evidenza: https://www.notizioso.it/sciopero-delle-donne-in-islanda-anche-le-casalinghe-incrociano-le-braccia/

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