Il 16 febbraio, a Firenze, una trave di cemento è crollata su un cantiere (stava venendo costruito un nuovo supermercato Esselunga), uccidendo cinque operai e ferendone altri tre: si chiamavano Mohamed El Ferhane, Taoufik Haidar, Mohamed Toukabri, Luigi Coclite, Bouzekri Rachimi. Il corpo di quest’ultimo è stato recuperato solo dopo quattro giorni, nonostante il lavoro incessante dei vigili del fuoco: troppo il peso delle macerie che lo avevano schiacciato per estrarlo prima.
I 5 morti di Firenze si aggiungono ai 141 che, prima di loro, sono stati vittime di incidenti sul lavoro nel solo 2024. 37 giorni, 148 vittime, 194 se nel conteggio si includono coloro che sono morti nel tragitto da e verso il luogo di impiego. Dal 16 febbraio il numero è cresciuto ancora, crescerà ancora prima che questo articolo venga pubblicato.
Nel 2023 le morti dette bianche sono state 985, 1467 prendendo in considerazione anche quelle in itinere. Secondo l’Osservatorio nazionale dei morti sul lavoro di Bologna, che monitora i dati dal 2008, il 35-40% lavorava senza regolare contratto, in nero.
Erano in nero anche, secondo le prime informazioni date dai giornali, almeno due degli operai morti il 16 febbraio, privi di permesso di soggiorno e perciò non assumibili. Diversi sindacalisti della zona, inoltre, tra cui il segretario della Fiom per la zona di Firenze e Prato, Daniele Calosi, hanno dichiarato di avere ragione di credere che chi aveva un contratto non lo avesse nel settore edile ma in quello metalmeccanico: un escamotage che permetterebbe alle ditte di risparmiare, in un contesto fortemente segnato dalla pratica del subappalto. Bruno Giordano, magistrato e, tra 2021 e 2022, direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, ha dichiarato al Fatto Quotidiano che proprio per via di questo sistema – che prevede di suddividere il lavoro in un cantiere e affidarlo a un grande numero di imprese diverse – si genera una concorrenza al ribasso che alimenta l’insicurezza dei lavoratori: “per aggiudicarsi i lavori le ditte risparmiano sulla sicurezza, tengono in nero gli operai, li pagano meno oppure li assumono con contratti inferiori” e, al Manifesto, che “gran parte” degli infortuni avviene in scenari di questo tipo. Sempre a questa testata ha, inoltre, chiarito come l’utilizzo di contratti diversi da quello edile permetta di evitarne “il rigore e la disciplina” in materia di sicurezza, e denunciato il fenomeno – in crescita – dei contratti firmati da sindacati pirata, che non fanno gli interessi dei lavoratori.
Questo sembra essere confermato da un dato presentato dalla ministra del lavoro Marina Calderone al Consiglio dei Ministri pochi giorni fa: il 76,48% dei controlli compiuti in cantieri edili ha evidenziato irregolarità.
Quanto accaduto a Firenze è stato occasione per tornare a parlare dell’ipotesi di istituzione del reato di omicidio sul lavoro, proposta che, in varie forme e grazie a varie forze politiche e sindacali, è stata presentata diverse volte negli ultimi anni, a partire da un disegno di legge del 2017 di Barozzino (SI) e Casson (PD). Nei mesi scorsi è stata al centro di una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare promossa da USB, Rete Iside e Potere al Popolo, a favore della quale si è espressa anche Emma Marrazzo, la madre di Luana d’Orazio, la ventiduenne uccisa nel 2021 da un orditoio al quale era stato disattivato il meccanismo di sicurezza: per la sua morte i titolari della ditta tessile in cui lavorava sono stati condannati a due anni e a un anno e mezzo, entrambi con la sospensione condizionale della pena.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è, però, espresso a sfavore, argomentando il suo rifiuto sottolineando come l’introduzione dell’omicidio stradale non abbia portato a una riduzione degli incidenti mortali.
Da quando Nordio ha dichiarato la sua posizione, il 21 febbraio, sono morti almeno due lavoratori: Mattia Ottaviano, collaudatore di moto, e Domenico Fatigati, tecnico manutentore.
Virginia Platini
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