Riuscire a viaggiare nel tempo oppure riportare in vita i nostri cari sono sempre stati desideri del tutto umani, e del tutto irrealizzabili, se non tramite l’immaginazione. Oggi però, l’attrazione verso ciò che non c’è più, ciò che è perso, verso il passato, può essere soddisfatta (almeno in parte) in pochi click. Esistono infatti due servizi sviluppati tra il 2021 e il 2022 da MyHeritage, sito israeliano fondato da Gilad Japhet nel 2003, che si occupa di genealogia, test del DNA e più in generale di servizi che consentono di approfondire la propria storia famigliare. I due servizi in questione sono Deep Nostalgia e AI Time Machine: entrambi sfruttano l’intelligenza artificiale (IA) per tentare di stabilire un rapporto nuovo con il passato. Il primo mira a “riportare in vita” i propri antenati, animando i loro volti nelle foto in cui vengono ritratti; il secondo invece ci “teletrasporta” nelle varie epoche del passato, dall’Antico Egitto agli anni ’60. Entrambi hanno avuto un successo immediato sui social, diventando dei veri e propri trend non appena sono stati lanciati.
Nel caso di Deep Nostalgia, i video brevi che si ottengono risultano molto vicini al realismo. Vicini, perché ci si accorge che qualcosa non va, che c’è qualcosa che riporta il tutto a una simulazione tecnologica e non a un video reale dei movimenti dei propri antenati. Di sicuro è il fatto che le foto vengano animate su dei modelli di movimento standard: tutte le immagini dei soggetti che vengono caricate si muovono, ma si muovono sempre negli stessi modi, quelli con cui l’algoritmo è stato addestrato. C’è quindi una standardizzazione dei gesti, dei micro movimenti dei volti: viene meno l’unicità di ogni viso e di ogni espressione, e ciò che rende un individuo proprio quell’individuo sono anche e soprattutto il modo in cui sorride, in cui gira la testa, in cui muove la bocca. Ed è per questo che Deep Nostalgia da un lato ha riscosso successo, tant’è che “alcune persone adorano la funzionalità Deep Nostalgia™ e la considerano magica” (MyHeritage, 2021), mentre altri la trovano inquietante. E in effetti da un lato lo è: sembra esserci qualcosa di “sbagliato”, qualcosa che non va nel modo in cui queste foto prendono vita. Si può ricondurre questa sensazione al cosiddetto effetto “uncanny” definito da Freud, cioè a quella sensazione di inquietudine generata da qualcosa che non si conosce, ma allo stesso tempo è famigliare. Con Deep Nostalgia la sensazione è proprio questa: da un lato la visione di un proprio antenato, qualcuno di riconducibile a noi, di famigliare; dall’altro il fatto che si muova, che qualcuno che non c’è più sembri ancora vivo; e il modo in cui si muove, che può sembrare reale ma non è il suo modo di muoversi.
Anche il tipo di immagini prodotte da AI Time Machine sembra garantire l’aderenza a un referente reale: sono iper realistiche, cioè riescono ad avere una credibilità visiva, non ancora totale, ma comunque molto vicina alla realtà. Qui l’elemento che ha una connessione con la realtà è il volto, un volto fisico, esistente e presente, che però viene trasposto in forma digitale, come un insieme leggibile, scomponibile e ricomponibile matematicamente tramite una codifica informatica. Compie poi un passaggio ulteriore, perché passa tramite la sintesi algoritmica di un’intelligenza artificiale. Se le immagini prodotte da AI Time machine sono dei ritratti, e il ritratto mira a condensare e rappresentare il più possibile l’identità di un soggetto, secondo la definizione di Dondero ne “I linguaggi dell’immagine” (2020), allora bisogna chiedersi cosa davvero dicano di noi le nostre immagini sinteticamente rielaborate e trasposte in altre epoche.
A prescindere dal ritenere AI Time Machine e Deep Nostalgia strumenti utili o meno, positivi o negativi, bisogna prestare attenzione alle operazioni che consentono di compiere e alle nuove possibilità che aprono. Valicare i confini spazio temporali è sempre stato possibile a livello immaginativo, mnemonico, narrativo, non solo da un punto di vista letterario ma anche e soprattutto cinematografico, e quindi visivo. Però farlo visualizzando sé stessi nel risultato di questa operazione, oppure “riportando in vita” i nostri cari, è qualcosa di nuovo. E aprire questa nuova porta, accessibile da chiunque tramite pochi click, che sembra configurarsi quasi come un gioco, può avere delle conseguenze. Il passato è “Il tempo addietro, il tempo ormai trascorso, e gli avvenimenti che in esso si sono verificati” (Treccani); ma con l’ausilio dell’intelligenza artificiale il passato diventa in qualche modo interattivo, partecipativo, modificabile e ricreabile artificialmente. Il passato diventa una porta ancora aperta, anzi socchiusa, nella quale è impossibile non affacciarsi, o almeno sbirciare.
Laura Marchese
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