Intercepted (2024), il documentario presentato dalla regista ucraino-canadese Oksana Karpovych in anteprima alla Berlinale , è stato girato durante il primo anno dell’invasione russa in Ucraina, ma racchiude ansie, paure, orrori e pensieri sempre presenti in ogni guerra che sia stata combattuta. Ciò che rende originale Intercepted lo dice il titolo stesso; nelle prime settimane dell’invasione i servizi segreti ucraini hanno intercettato decine di ore di conversazioni telefoniche tra militari russi e i loro familiari o amici, e le hanno rese pubbliche. Il documentario ha ripreso alcuni passaggi di queste telefonate e li ha riproposti sullo sfondo della distruzione della guerra.

L’inquietudine che aleggia negli scorci di vita degli ucraini durante l’invasione russa riempie il silenzioso scorrere del tempo durante la guerra e viene mostrata efficacemente, grazie alle inquadrature fisse che costituiscono l’unico sguardo offerto dalla regista agli spettatori. L’immobilismo del mezzo cinematografico rispecchia gli effetti dell’incertezza del conflitto sulla vita della gente; non c’è futuro durante una guerra, non è possibile fare progetti, tutto viene ridotto alla propria sopravvivenza quotidiana.

Ciò che caratterizza il documentario è la scelta di non mostrare la violenza fisica, i morti, la disperazione e le tragedie che orbitano intorno ad un conflitto; si occupa, invece, di presentare il paese e il suo paesaggio spettrale, in uno dei periodi più drammatici della propria storia. Il più delle volte vediamo resti di carri armati distrutti, case sventrate dalle bombe, appartamenti abbandonati improvvisamente; poche altre inquadrature ci mostrano dei mezzi militari in movimento e ancora meno è visibile la presenza dei soldati russi; è chiaro l’intento di farci riflettere sulle conseguenze della guerra, e non strettamente sulla brutalità che rappresenta, perché, alla fine, quello che resterà dopo i combattimenti saranno i villaggi, le case e i cittadini. Lo stile e l’approccio è simile a The Zone of Interest – il film di Jonathan Glazer sulla vita di un comandante delle SS che vive all’interno di Aushwitz con la sua famiglia – non solo nel non mostrare la violenza nel film (questa volta inquadrando le vittime, i civili ucraini, e non i carnefici) ma anche attraverso l’essenziale utilizzo della musica (cupa e angosciante) e del suono (gli audio registrati e il rumore delle bombe fuori campo).

L’utilizzo di alcune delle telefonate tra i soldati russi e i loro familiari poteva essere una strategia di propaganda (come ha fatto all’inizio l’esercito ucraino) per mostrare la crudeltà degli invasori e unificare gli sforzi per la difesa del paese, ma il documentario si distacca da questo ragionamento e prende un’altra direzione. Molte conversazioni sono brutali, violente e perverse; mostrano che l’efficace macchina della propaganda russa di Putin ha funzionato, permettendo di convincere molti soldati a combattere per la liberazione dell’Ucraina dai “nazisti” e ottenendo anche il supporto della popolazione. Particolarmente dure e sconvolgenti sono le parole di odio nei confronti dei “Khokhol” (nome dispregiativo per indicare gli ucraini) da parte delle donne in chiamata con i soldati.
Altre volte però sentiamo lo sconforto dei militari al fronte, raccontano della loro sfiducia nei confronti del governo, delle promesse fatte dal presidente Putin, e dicono alle madri, alle sorelle e alle mogli che la realtà sul campo è ben diversa da quella che viene diffusa dai canali ufficiali in patria. La paura di morire viene sostituita da un senso di perdizione e inevitabilità che li lascia abbandonati a loro stessi. Altri confessano di iniziare a rendersi conto che essere testimoni e protagonisti di uccisioni e torture li ha resi pazzi, perché ormai si sono assuefatti a questo tipo di vita (chi con orgoglio e chi con inquietudine e rimorso).
Tutto questo insieme di pensieri, dalla ferocia più violenta al rimorso che divora le menti dei soldati, è frutto dell’esperienza della guerra in quanto tale. Cambiano i mezzi e le tecnologie con cui si uccide e si viene uccisi, cambiano gli eserciti e le nazioni che si combattono, ma le dinamiche interiori rimangono sempre le stesse, e Intercepted lo ha colto in pieno.
Fabrizio Mogni

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