Per secoli l’essere umano ha vissuto nella serena, egoistica convinzione di essere l’unico animale intelligente. Già Aristotele scriveva, nel suo Sull’Anima, che tra tutte le specie animali solo quella umana possiede la ragione e la parola (raccolte entrambe nella parola greca lόgos). Eppure, una rapida ricerca sul web restituisce almeno due obiezioni a riguardo. Da una parte l’immediato suggerimento, alla parola intelligenza, dell’aggiunta artificiale; dall’altra, l’attribuzione di questa facoltà ad organismi a dir poco inaspettati.
Una ricerca pubblicata sulla rivista Science ha voluto confrontare l’attuale organizzazione ferroviaria della città di Tokyo, frutto di circa 80 anni di lavoro ingegneristico, con la soluzione proposta da un altro tipo di “intelligenza”, per mettere alla prova con un compito pratico la scoperta da Nobel del biologo giapponese Toshiyuki Nakagaki. Nel 2000, infatti, il suo team di ricercatori presso l’Università di Hokkaido aveva dimostrato che la muffa P. Polycephalum era stata in grado di trovare, in un labirinto in miniatura, il percorso più breve per connettere due risorse nutritive. Tuttavia, non c’era ancora stata l’occasione di provare questa capacità su un problema di vita reale, per cui non esiste una soluzione “matematicamente” corretta.
Questa muffa giallastra è un organismo unicellulare, provvisto però di migliaia di nuclei, che le permettono di rispondere contemporaneamente a diversi stimoli e di espandersi seguendo un preciso algoritmo matematico – frutto di milioni di anni di evoluzione.
Pertanto, nel 2010 un pool di ricercatori internazionali (provenienti dalle tre università di Hokkaido, Hiroshima e Oxford) ha proposto alla muffa la riproduzione in scala dell’area metropolitana di Tokyo, in cui le città e le diverse stazioni erano segnalate con pezzetti di fiocchi d’avena: l’esperimento consisteva nel confrontare il lavoro della muffa con quello realizzato da innumerevoli ingegneri ed esperti di urbanistica, che avevano lavorato per 80 anni al progetto della rete ferroviaria della città. Nelle prime 10 ore la muffa si è espansa per raggiungere tutti i fiocchi d’avena: poi però ha iniziato a riorganizzarsi, ritirando tutte le ramificazioni non necessarie. Così, nel corso di circa 28 ore, i ricercatori si sono trovati davanti a un percorso pressoché identico a quello della reale rete ferroviaria. Il risultato è stato sorprendente per l’opinione pubblica e in diversi articoli si parla di intelligenza, pari o addirittura superiore a quella umana (© Today).
A questo punto non possiamo che strizzare l’occhio a tutta quella fetta di dibattito sul futuro dell’IA e sulla sua (presunta) superiorità su quella umana.
L’espressione Artificial Intelligence è stata coniata nel 1956 dal matematico americano John McCarthy: l’idea dietro questa nuova disciplina era quella di “far fare alle macchine delle cose che richiederebbero l’intelligenza se fossero fatte dagli uomini” (Marvin Minsky).
L’Enciclopedia Treccani definisce l’intelligenza come “attitudine a intendere bene, con facilità e prontezza; […] in cibernetica, riproduzione parziale dell’attività intellettuale propria dell’uomo (con particolare riguardo ai processi di apprendimento, di riconoscimento, di scelta)”. Uno dei test più famosi per dimostrare l’intelligenza di una macchina è il test di Turing: l’idea è valutare le prestazioni della macchina confrontandole con quelle di un essere umano impegnato nello stesso compito. In particolare, il test si basa sulla capacità della macchina di utilizzare il linguaggio umano, mostrando di comprenderlo e di saperlo generare come farebbe un essere umano: il computer supera il test, infatti, se fornisce risposte tali da indurre degli esseri umani a credere di avere a che fare con un altro parlante umano.
Tuttavia, la somiglianza del prodotto finale non deve trarre in inganno: la macchina ragiona in modo radicalmente diverso rispetto a quello umano. Le decisioni vengono infatti prese tramite algoritmi (ovvero una serie di procedimenti passo per passo per risolvere un problema attraverso un numero finito di passi elementari, che si esprime tramite linguaggio di programmazione), ma l’assunto di partenza è che la macchina non è in grado di comprendere il contenuto di un testo naturale (cioè prodotto da e per un essere umano: una conversazione, un articolo di giornale, un romanzo). Per citare la brillante matematica britannica Ada Lovelace, “la macchina non ha pretese di creare nulla: può fare solo ciò che sappiamo come ordinarle di fare”.
Pertanto, vi lasciamo con una domanda: il fatto che la macchina (o la muffa) sembrino intelligenti è abbastanza perché sia possibile considerarle superiori all’uomo?
Arianna di Pascale
Fonti:
https://www.science.org/content/article/ride-slime-mold-express
https://www.today.it/speciale/game-changer/esperimento-muffa-intelligente-metropolitana-tokyo.html
Per approfondire:
