Il 29 aprile è arrivato in libreria C’era una volta l’Est, graphic novel sceneggiato e disegnato da Boban Pesov, fumettista di origine macedone, noto anche sui social.
Nella trama, diversi temi si intrecciano tra loro: le difficoltà della migrazione, i rapporti familiari e di amicizia, la mancanza di comunicazione, il legame con la propria terra d’origine, la perdita e la speranza.
Per approfondire alcuni aspetti del graphic novel, il team di The Password ha incontrato il suo autore, al quale rinnoviamo i nostri ringraziamenti per l’intervista qui riportata.
Buona lettura!
Partiamo dall’inizio: c’è un momento preciso in cui hai avuto l’ispirazione per scrivere C’era una volta l’Est, oppure si può definire un lungo processo?
L’idea iniziale è nata quasi dieci anni fa. Io e altri influencer dovevamo occuparci di una rubrica su YouTube per sfatare i luoghi comuni sull’immigrazione. Mi sembrò un’idea un po’ banale, così decisi di intervistare qualcuno che aveva vissuto la vita da clandestino negli anni ’90: mio padre. Non mi aveva mai raccontato in modo approfondito di quel periodo della sua vita, ma quando ho acceso la telecamera ha parlato per più di due ore. Mi sono detto: “ci sono così tanti spunti interessanti da farci un libro.”
L’idea di raccontare l’esperienza di migrazione dall’ex Jugoslavia mi è rimasta negli anni e nel 2022 ho capito di avere abbastanza materiale per creare una narrazione romanzata e contemporaneamente ispirata al mio vissuto e a quello della mia famiglia.
Quindi, possiamo dire che è stato un lungo processo.
Hai raccontato sui social la realizzazione del tuo graphic novel, man mano che prendeva forma. Avere un pubblico ti ha aiutato con il lavoro?
Sì, ho notato che coinvolgere le persone in quello che stai facendo e aggiornarle su qualcosa di importante per te le porta ad avere molta curiosità sul tuo lavoro. È stata una comunicazione spontanea e non pensavo avrebbe avuto questo successo, ma sono riuscito a far entrare i miei follower nella storia che stavo raccontando.
Hai disegnato tutti i luoghi in cui si svolge la storia con grande realismo. Che tipo di ricerca hai fatto per ricostruire i Paesi balcanici degli anni ‘90?
Ho visto molti documentari sulla guerra in Jugoslavia. Inoltre, dal 2022, ogni volta che andavo in macchina in Macedonia, facendo tappa in diversi posti lungo la strada, fotografavo i caselli dell’autostrada, i distributori di benzina, le file ai confini di Stato, i palazzi di Belgrado. Poi, ho fatto dei confronti con alcune foto scattate proprio negli anni ‘90. Ho trovato molto utili anche dei libri sul brutalismo in Jugoslavia, comprati quando studiavo architettura al Politecnico di Torino.
C’è un personaggio della storia che ti rappresenta più degli altri?
Si potrebbe pensare che il personaggio di Robert mi rappresenti, ma questo non è del tutto vero. Ci sono degli elementi che possono ricordare la mia esperienza, ma ho cercato di dargli una personalità diversa dalla mia. C’è qualcosa di me anche nel padre di Robert, ma il personaggio più ispirato a una persona reale è la madre di Robert, molto simile a com’era mia madre.
I personaggi vivono tante perdite: c’è chi perde un genitore, chi un amico, chi un figlio, definitivamente o temporaneamente. Dove trovano la forza di rialzarsi?
Semplicemente cercano di mantenere i legami, quel filo di speranza che ti fa andare avanti. Non rimangono mai soli, sia negli addii che nei saluti temporanei a chi si sta allontanando.
A un certo punto, la migrazione dai Paesi dell’ex Jugoslavia negli anni ‘90 si sovrappone alla rotta balcanica attuale, attraversata dai migranti provenienti da Asia e Africa. Credi che, tra ieri e oggi, la situazione di chi migra sia cambiata?
Ci sono stati molti cambiamenti. Oggi passare dalla rotta balcanica come migrante è più difficile. Ci sono agenti sui confini pronti a respingerti con la violenza, come succede in Ungheria, in Serbia e in Croazia, dove si arriva alla disumanizzazione più totale. Le cronache parlano spesso di persone che sono state denudate in pieno inverno e rimandate oltre il confine macedone.
D’altra parte, oggi c’è la possibilità di richiedere asilo e di poter sostare per un certo periodo in Italia.
Ma la differenza più evidente, secondo me, è che negli anni ‘90 c’era una totale mancanza di comunicazione. Oggi, in un periodo in cui sentiamo il bisogno di rimanere sempre connessi con qualcuno, si ha la possibilità di avere uno strumento per dire “sono arrivato alla meta vivo” ai propri familiari. Invece, quando mio padre arrivò in Italia negli anni ‘90, non abbiamo avuto sue notizie per anni.
Verso la fine della storia, siamo invitati a riflettere sul concetto di “casa”. Milan torna in Macedonia e i suoi compaesani ormai lo considerano “italiano”, mentre in Italia rimane uno straniero, specialmente per le istituzioni. Per te, cosa significa “casa”?
Io e mio fratello siamo cresciuti in Italia, invece i miei genitori hanno sempre avuto un legame più profondo con la Macedonia. Quando tornavano in Macedonia d’estate, ristrutturavano la casa che avevano lì un pezzo alla volta. Il sogno di mia madre era quello di tornare a vivere in quella casa, almeno per sei mesi all’anno.
Io invece, essendo un immigrato di seconda generazione, sento un po’ meno questo sentimento. Per me “casa” è dove sono adesso, anche se la Macedonia rimane una seconda casa.
Nel graphic novel sono inseriti molti elementi culturali della Macedonia, come piatti tipici e canti popolari. Durante la lettura, ho cercato su Google i termini che non conoscevo e ho imparato un sacco di cose nuove. Pensi che leggere questa storia possa portare a scoprire una parte del mondo di cui si conosce poco?
A volte nei fumetti si tende a spiegare ciò che viene scritto, attraverso postille e asterischi. A me questo non piace molto, perché interrompe il flusso di lettura. Io piuttosto invito a ricercare le parti che non si conoscono, dato che basta un click per accedere a tante informazioni. Così, il lettore può imparare qualcosa sulla cultura, ma anche sulla storia dell’Est Europa. Infatti, non ho approfondito la guerra, ma ho mostrato come i personaggi vivono quel periodo. Se si ha voglia di approfondire, si può partire da questi spunti.
Pensi di lavorare ad altri progetti con elementi autobiografici in futuro?
Sto pensando a una nuova storia, che riprenderà alcuni aneddoti che ho scartato per questo libro, ma non sarà autobiografica. Sarà sempre ambientata nell’ex Jugoslavia, che dà la possibilità di iniziare a parlare di piccoli borghi e di storie personali, per poi finire a rappresentare la guerra e l’odio etnico tra i popoli. Mi piace sempre partire da pochi personaggi, capaci di racchiudere la storia di un Paese che, negli anni, è andato a sgretolarsi definitivamente.
Ilaria Vicentini
