Mentre le bombe israeliane tingono Damasco di sangue, il Consiglio Affari esteri UE ha scelto di rimandare ogni delibera in merito all’applicazione di possibili sanzioni a capo del governo di Tel Aviv, accusato di aver violato i diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. A poco sono serviti i pareri favorevoli espressi da Spagna, Irlanda e Slovenia nei confronti delle misure sanzionatorie proposte dall’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, Kaja Kallas: la maggioranza degli Stati membri ha preferito mantenere integri i rapporti con lo storico alleato, una scelta che casca come un macigno sopra le teste dei palestinesi.
Tempi duri anche per Giorgia Meloni che, costretta dalle circostanze, condanna con toni forti l’attacco alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, facendo passare sotto silenzio la bocciatura alla Camera della mozione presentata da PD, M5S e Alleanza Verdi Sinistra, per sospendere il memorandum italo-israeliano in materia militare e di difesa, firmato dalle due potenze nel 2003 e con rinnovo automatico programmato per il 2026.

Intanto salgono a più di 575.000 le firme ottenute sulla piattaforma Avaaz per richiedere la nomina di Francesca Albanese a premio Nobel per la pace, un segnale forte di solidarietà dato dall’opinione pubblica a fronte delle ingiuste sanzioni imposte dalla Casa Bianca ai danni della giurista e stabilite da Washington in seguito alla pubblicazione di “From economy of occupation to economy of genocide” (30 giugno 2025), un rapporto contenente prove schiaccianti sul coinvolgimento di grandi aziende — anche e soprattutto americane — nel sistema illegale di apartheid attuato in Palestina da Israele.
A Bogotà, in occasione di un vertice internazionale indetto dal presidente Gustavo Petro, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha commentato le sanzioni annunciate dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, definendole “senza precedenti” e un “monito per chiunque osi difendere il diritto internazionale, i diritti umani, la giustizia e la libertà”.
Non sono tardate le risposte dei rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, che hanno difeso l’operato di Francesca Albanese e richiesto l’annullamento immediato delle sanzioni – un endorsement che gli organi di propaganda israeliani non hanno sicuramente apprezzato.
A poche ore dalla pubblicazione del rapporto del 30 giugno, infatti, l’azienda che cura la comunicazione per conto del governo di Tel Aviv (la Governement Advertising Agency, in ebraico Lapam), ha lanciato una feroce campagna di screditamento nei confronti di Francesca Albanese, vilipesa su una pagina internet creata ex novo dalla Israel National Digital Agency e tutt’ora in cima al SERP (Search Engine Results Page), grazie a un uso efficace delle sponsorizzazioni Google Ads (si consulti lo screenshot di seguito).

Crediti immagine: Micol Cottino, screenshot
Non si tratta di un caso isolato: il 12 giugno, sono comparsi sui social diversi contenuti fake, creati con l’intelligenza artificiale, atti ad alterare la percezione del conflitto in seno alla popolazione occidentale, già bersaglio di una propaganda filoisraeliana diffusa a reti quasi unificate dai principali canali d’informazione giornalistica. Emblematico è il caso del New York Times che, stando a quanto scoperto da The Intercept, avrebbe chiesto ai redattori, attraverso una nota interna, di evitare all’interno degli articoli a tema israelo-palestinese l’uso di termini come “genocidio”, “pulizia etnica”, “territorio occupato”, “Palestina”, “campi profughi”. Charlie Standtlander, direttore generale della testata, ha dichiarato in merito: “Ci preoccupiamo di garantire che la nostre scelte linguistiche siano sensibili, attuali e chiare per il nostro pubblico”.
Altrettanto “sensibili, attuali e chiari” sono i tanti, troppi articoli pubblicati su quotidiani del calibro di La Stampa o La Repubblica che pongono in primo piano il punto di vista israeliano — e solitamente la questione della liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas — relegando strategicamente a un piano secondario, di puro sfondo, le atrocità subite dalle vittime palestinesi, mero contorno della notizia principale. Nel corpo dell’articolo di La Stampa intitolato “Guerra in Medio Oriente, l’esercito israeliano libera 4 ostaggi nel centro di Gaza. Blitz a Nuseirat, oltre 200 morti tra i palestinesi”, qui citato a titolo esemplificativo, non viene spesa una parola per quei 200 palestinesi senza volto né nome morti sotto le macerie, forse bruciati vivi a causa delle esplosioni: il focus — e il doppio standard è evidente — è tutto concentrato sui 4 ostaggi, di cui conosciamo l’identità e le vicende personali.
Nei telegiornali, la scarsa disponibilità di tempo per approfondire le notizie crea lo spazio per una presentazione confusionaria dei fatti, che impedisce al pubblico di cogliere il succo della notizia. Il conduttore del TG La7 Enrico Mentana, che ha negato il genocidio in atto a Gaza, ha affermato in diretta, in seguito al rapimento del regista palestinese Hamban Ballal da parte delle armate israeliane: “[Il co-regista di No Other Land Hamban Ballal, N.d.R.] è stato invece oggetto di un attacco da parte di settler, quelle persone israeliane che in Cisgiordania vivono una vita di confine armato con la popolazione palestinese. […] È una situazione particolare e particolarmente spiacevole”. Un’eccezione alla regola, sembra addurre Mentana, un gesto comprensibile se si analizzano le condizioni di vita dei “settler” — i quali, per il conduttore di La7, non sono altro che popolazioni israeliane di confine, mentre, per il diritto internazionale, corrispondono a coloni, cioè israeliani che occupano illegalmente i territori della Cisgiordania.

Come dimenticare, poi, le uscite agghiaccianti di certi opinionisti e giornalisti da talk show. Qualche mese fa, per screditare le accuse di genocidio portate avanti dal Sud Africa nei confronti di Netanyahu — fondate su basi, giuridicamente parlando, più che solide — la giornalista del Foglio Cecilia Sala ha affermato: “[…] Proprio in mancanza di altri elementi, gli avvocati del Sud Africa hanno puntato moltissimo sulla comunicazione [troppo avventata, N.d.R.] dei leader israeliani”, che hanno dichiarato — a detta di Sala in un momento di leggerezza — che “non ci sono civili a Gaza”: una gaffe, un’esagerazione innocente, un “errore di comunicazione”, si commenta in studio con tono serafico. Tra un risolino e l’altro, quasi ci si dimentica che per quell’errore di comunicazione hanno perso la vita almeno 40.000 civili palestinesi, di cui 13.000 bambini.
In questo mondo di fantasia inventato da chi non intende analizzare la realtà in modo lucido e obiettivo, il territorio di Gaza “non è occupato” (Paolo Mieli), Netanyahu “è il capo del governo di un Paese democratico che ha tutti i pesi e contrappesi delle democrazie” (David Parenzo) e guai a schierarsi con troppo entusiasmo a favore della causa Pro-Pal, perché il male non sta mai da una parte sola ed è meglio evitare le “disfide da bande ultrà” del dibattito pubblico (Massimo Gramellini).
Se accusare Israele di genocidio significa “sminuire la portata della gravità del genocidio invece subito dagli ebrei durante la Shoah” (Flavia Fratello), se il genocidio dei palestinesi è “una bugia” (Maurizio Molinari) o si riduce a “crimini di guerra” (Michela Ponzani), contrariamente a quanto affermato dalla Corte internazionale di giustizia, è nostro dovere chiederci se questo possa essere davvero definito giornalismo.
Micol Cottino
Fonti
https://www.ilpost.it/2025/07/16/unione-europea-sanzioni-israele/
https://www.lastampa.it/esteri/2024/06/08/diretta/israele_hamas_guerra_medio_oriente_oggi-14372338/
https://www.facebook.com/reel/2026349567818332
https://www.dire.it/26-05-2025/1153379-video-mentana-a-gaza-non-e-genocidio-bufera-sul-giornalista
https://ilmanifesto.it/a-gaza-e-genocidio-il-momento-di-intervenire-e-ora

Un commento Aggiungi il tuo