Uruguay: il Paese più felice del Sudamerica

Incastonato tra Argentina e Brasile, l’Uruguay prende il nome dal fiume omonimo – in spagnolo río Uruguay e in lingua guaraní Urugua’ý, che significa “il fiume degli uccelli colorati”. La bandiera del Paese, introdotta a partire dal 16 dicembre 1828, presenta nove strisce orizzontali, di cui cinque bianche e quattro blu, che si riferiscono alle nove province originarie; nella sezione in alto a sinistra campeggia un simbolo solare, il Sol de Mayo, con 16 raggi, alternativamente dritti e ondulati, indicante Inti, dio del Sole nella religione Inca. Il Sole è il simbolo della Rivoluzione di maggio del 1810, tramite la quale ebbe inizio il processo che avrebbe portato all’indipendenza dell’Uruguay nel 1828

Benché negli ultimi anni ci sia stato un peggioramento nelle condizioni di prosperità e di sicurezza generali, con circa 10,6 omicidi ogni centomila abitanti nel 2024, e nella capitale Montevideo di frequente si possano vedere molte persone vivere e dormire per strada, secondo il Global Peace Index, l’Uruguay si può considerare come uno degli Stati più sicuri dell’America meridionale. Numerose sono le problematiche che affliggono il Paese, quali un alto tasso di abbandono scolastico – solo il 39,2% dei ragazzi di età compresa tra i 20 e i 24 anni conclude la scuola secondaria inferiore –, la criminalità in aumento e un basso incremento demografico, eppure i punti di forza sono altrettanti.

Il Rapporto delle Nazioni Unite sulla Felicità del 2025 pone l’Uruguay al 28° posto della classifica dei Paesi più felici, prima di Francia (al 33° posto) e Italia (al 40°). Inoltre, ha il PIL pro capite più elevato e la percentuale di povertà più bassa del Sudamerica. Secondo il New York Times è un “miracolo silenzioso della democrazia”, poiché in politica gli estremismi non attecchiscono. La bassa estensione territoriale e l’esigua densità abitativa sono sovente citate per motivare il successo dell’Uruguay. L’ultimo censimento ha calcolato una popolazione di 3,5 milioni di persone, inferiore a quella presente nella città di Berlino – ovviamente più piccola del Paese latinoamericano.

Argentina e Brasile hanno delle risorse naturali superiori e le rispettive città più popolose, Buenos Aires e Saõ Paolo, vincono nell’ambito delle proposte culturali rispetto a Montevideo. Perciò cosa permette all’Uruguay di essere ritenuto uno dei Paesi più felici? Di certo lo stile di vita improntato alla calma è una delle cause principali, tanto che fare le cose a la uruguaya indica l’abitudine a non affrettarsi e ad agire per il raggiungimento di obiettivi a lungo termine, anziché per un riscontro immediato. Una tendenza che si osserva anche nella sfera economica, come negli allevamenti, settore che all’inizio del Novecento fece in modo che l’Uruguay fosse uno dei Paesi più ricchi, legato ancora oggi a delle pratiche tradizionali, disgiunte dall’uso di ormoni o antibiotici, poiché proibiti da circa quarant’anni. I bovini trascorrono la loro vita all’aperto e non si nutrono di mangimi confezionati, bensì di erba dei prati. Tutto ciò si traduce nel benessere dei buoi e in una carne pregiata sulle tavole dei consumatori, contrariamente a quanto avviene in gran parte dei luoghi del mondo, ove lo scopo primario è rendere floridi gli animali velocemente e, così facendo, aumentare i guadagni. Il modello zootecnico diffuso in Uruguay è definito allevamento a impatto zero, in quanto basato sulla rotazione, la quale rende più fertili i terreni senza l’uso di concimi chimici e pesticidi.

È importante notare che il Paese si è dimostrato in diversi settori progressista: infatti, nel 1877 istituì l’obbligo scolastico generale, a cui diede un grande contributo José Pedro Varela, nel 1913 permise alle donne di richiedere il divorzio e nel 2012 rese legale l’aborto nelle prime 12 settimane di gravidanza. Si aggiunge, inoltre, una totale separazione tra il potere temporale e il potere spirituale, secondo un modello statuale laico che potrebbe apparire ai più eccessivo, poiché le festività di Natale e Pasqua sono conosciute come “giornata della famiglia” e “settimana del turismo” e perciò non si celebrano in conformità con la tradizione cristiana. In base ai dati del 2024, il Sudamerica presenta il 27,4% di cattolici nel mondo (di cui la maggioranza vive in Brasile), tuttavia in Uruguay non si può fare riferimento a dati ufficiali, poiché la religione è ritenuta un aspetto della vita eminentemente privato e i censimenti, ormai da un centinaio d’anni, tralasciano le domande inerenti la fede. Nel 1917 fu introdotta la divisione tra Stato e Chiesa e diversi villaggi, prima denominati a partire dai santi, cambiarono nome. Si creò progressivamente una religione dei cittadini, basata sull’ossequio verso gli eroi nazionali, come José Gervasio Artigas, onorato con l’appellativo di “Protettore dei popoli liberi” per le sue imprese in difesa dell’indipendenza dei Paesi sulle rive del Rio de la Plata (estuario marittimo al confine con Argentina e Uruguay). La popolazione sviluppò una fede nelle istituzioni, perché in Uruguay – a differenza di altri luoghi in cui fu essenziale il sostegno della Chiesa – lo Stato si prese cura delle persone, assicurando l’istruzione ed edificando cimiteri pubblici e ospedali. Esemplare fu il caso di José Pepe Mujica, che, dopo essere stato un ribelle nel corso della dittatura militare – durata dal 1973 al 1985 – e prigioniero per circa dieci anni, quando fu eletto presidente, mantenne uno stile di vita sobrio, guidando una malridotta macchina Volkswagen e destinando una porzione sostanziale della sua remunerazione a donazioni.

In ambito economico fu fondamentale la transizione del Paese sudamericano dall’utilizzo di centrali elettriche alimentate da gas e petrolio, che venivano importati in quantità enormi, con la conseguente generazione di costi elevati per le casse dello Stato, alla produzione di energia mediante le fonti rinnovabili, come acqua, aria, raggi solari e biomasse. Ramón Méndez Galain, esperto di fisica, favorì questo passaggio, in quanto, scettico nei confronti dell’energia nucleare, quando fu scelta dal governo, comprese che la soluzione migliore sarebbe stata la conversione alle energie rinnovabili. Nel 2008 ricevette l’incarico di ministro dell’energia e nel 2009 il neo-eletto presidente José Pepe Mujica gli pose come condizione alla transizione il conseguimento di un benestare quanto più ampio possibile, capace di oltrepassare le tipiche divisioni partitiche. Per confrontarsi sul tema fu creato un comitato di politici sia del governo in carica sia dell’opposizione, e al termine dei colloqui espressero tutti – politici e non – la medesima opinione a favore delle energie rinnovabili, che infine permisero la creazione di cinquantamila nuovi posti di lavoro.

Come dice sempre Méndez durante le conferenze a cui prende parte: “Senza consenso non si può fare nulla”. Questa è la cosa più importante che l’Uruguay può insegnare al resto del mondo, insieme a una mentalità che non esclude la produttività, traducendosi nel suo contrario, ovvero nell’ozio, ma la ridimensiona, ponendo sullo stesso piano il benessere delle persone.

Vanessa Musso

Fonti:

Internazionale: numero 1621, anno 32, pp. 48-51.

https://guruguay.com/it/l’Uruguay-è-sicuro/

https://asvis.it/notizie/2-23207/world-happiness-report-2025-sconosciuti-piu-gentili-di-quel-che-si-pensa

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