I testi contenuti nel primo Diario minimo del filosofo piemontese Umberto Eco costituiscono quella che potrebbe essere definita un’opera minore. Come riporta la quarta di copertina dell’edizione 2022 de La nave di Teseo, egli stesso si descriveva: «…sempre fedele all’insegna palazzeschiana del “lasciatemi divertire”» nella stesura dei racconti che compongono questo libro.
Ma in fondo, chi ha mai detto che il gioco non possa essere una cosa seria?

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In mezzo a esperimenti letterari che ricordano l’arte dadaista —tra i quali Fenomenologia di Mike Bongiorno e Industria e repressione sessuale in una società pagana— ne spiccano un paio, i quali si ispirano direttamente a testi letterari realmente esistenti, in uno stile che richiama quanto realizzato da Jorge Luis Borges nel racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius dalla raccolta Finzioni.
In My exagmination round his factification for incamination to reduplication with ridecolation of a portrait of the artist as Manzoni, testo parodico del 1962, Eco attribuisce la stesura de I Promessi Sposi all’autore inglese James Joyce, a lui assai noto.
Eco si diverte, si diverte da matti nel riconoscere schemi paralleli con l’obiettivo di creare legami concettuali inesistenti tra libri totalmente sconnessi, grazie all’immenso potere delle parole.
L’attitudine è quella del critico che crede, forte del suo titolo, di sapere di cosa parla, o di poter dire ciò che preferisce. Il sovvertimento dell’ordinario è costante, la sensazione di sbigottimento aumenta man mano che si procede con la lettura.
[…] Questa la sostanza del libro, o almeno quella che emerge alla sua prima lettura, a chi non voglia cercarvi altri sensi riposti di quelli che la immediata effabilità delle immagini comporti. Ma quali e quante altre sottili corrispondenze vi sarebbero da additare! Si pensi alla presenza dell’Innominato, che richiama con tanta violenza la figura dello sconosciuto in mackintosh dello Ulysses! Alla corrispondenza tra l’episodio della biblioteca (sempre nello Ulysses) con il bibliotecario Mr Magee e \la biblioteca di don Ferrante! Alla disputa di Bloom e a quella di Renzo nella taverna entrambi vittime di un Cittadino ligio alle leggi! Alla notte di Lucia nel castello dell’ Innominato e alla notte di Stephen Dedalus nel bordello di Bella Cohen (che trova corrispondenza nella figura della “vecchia” che accoglie Lucia)!
Questi ed altri elementi ci indurrebbero a parlare de I promessi sposi come opera minore, scaltra ricottura di temi e immagini già elaborati nelle opere precedenti, se il romanzo non richiedesse esplicitamente questi richiami per poter essere, come è, ripresa e conclusione di tutta l’opera precedente. Diremo dunque che esso rappresenta il culmine della produzione joyciana? Forse no, ma comunque ne rappresenta il compimento.

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Accade lo stesso in Dolenti Declinare (rapporti di lettura all’editore) del 1972, in cui la voce narrante è quella di un lettore editoriale di stampo moderno occupato nel varare la pubblicazione di opere oggi definite “classici assoluti della letteratura”. Da Omero a Kafka, passando per la Sacra Bibbia, ognuno dei testi verrà tuttavia rifiutato, per motivi di vario genere.
Certamente nessun libro, risalente anche solo a cinquant’anni fa, sarebbe acclamato allo stesso modo se pubblicato oggi, ma quelli evidenziati nell’opera non sono solo problemi legati alla durabilità dei testi nel tempo.
Proust Marcel. Alla ricerca del tempo perduto
È senz’altro un’opera impegnativa, forse troppo lunga ma facendone una serie di pocket si può vendere. Tuttavia così non va. Ci vuole un robusto lavoro di editing: per esempio c’è da rivedere tutta la punteggiatura. I periodi sono troppo faticosi, ve ne sono alcuni che prendono un’intera pagina. Con un buon lavoro redazionale che li riduca al respiro di due tre righe ciascuno, spezzando di più, andando a capo più sovente, il lavoro migliorerebbe sicuramente.
Se l’autore non ci stesse, allora meglio lasciar perdere. Così il libro è – come dire – troppo asmatico.
Nel commento spietato all’opera di Proust emerge con forza il carattere spocchioso dell’editore fittizio, pronto a criticare ogni minima incongruenza.

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Proviamo a immaginare: che cosa succederebbe se la cultura si piegasse totalmente alle leggi di mercato? Se cerchie ristrette di persone avessero il potere di decidere, tramite l’approvazione delle pubblicazioni, che cos’è un libro e cosa no?
Kant Immanuel. critica della ragion pratica
Ho fatto leggere il libro a Vittorio Saltini che mi ha detto che questo Kant non vale gran che. In ogni caso gli ho dato una scorsa, e nella nostra collanina di filosofia un libro non troppo grosso sulla morale potrebbe anche andare perché poi magari lo adottano in qualche università…”
Se questa fosse la realtà (lungi dall’esserlo!), le librerie strariperebbero di testi dalle origini più disparate: storie ripescate direttamente da Wattpad, autobiografie di celebrità a non finire, e ancora, produzioni provenienti dalla penna di intellettualoidi capaci di sfornare decine e decine di pubblicazioni pur non facendo gli scrittori di lavoro. La contraddizione a questa dinamica è intrinseca, non perché scrivere un libro non sia un atto nobile, ma perché non tutti i libri possono definirsi nobili allo stesso modo. Inoltre, non tutti sono in grado di tenere un ritmo di scrittura simile a quello di autori come Stephen King, senza trascurare la qualità dei testi prodotti (a prescindere dalla natura degli stessi).
Nell’epoca dell’intrattenimento algoritmico, l’ambiente editoriale italiano soffre una produzione letteraria che risulta persino eccessiva se comparata al numero di lettori. Il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia del 2023, redatto dall’Associazione Italiana Editori, porta alla luce 85.192 titoli pubblicati a stampa (incluse le autopubblicazioni e i libri di testo), più altri 619 mila in versione digitale. I dati Istat relativi al 2022 segnalano che, ad aver letto almeno un libro per motivi non professionali o scolastici, è stato il 39,3% della popolazione pari e sopra i 6 anni di età (in calo dell’1,5% rispetto al 2021).
Già Pasolini criticava l’approccio consumista delle masse in merito alla lettura—ormai traslatosi su ogni altro aspetto della vita—il quale, secondo l’autore, risulta assolutamente inapplicabile in particolare alla poesia. In Descrizioni di descrizioni (raccolta postuma di recensioni redatte da novembre 1972 a gennaio 1975), riguardo i libri, scriveva:
…tutto interessa in essi fuori che il loro valore e la loro autenticità. Interessa ciò che essi socialmente rappresentano, ecco tutto. Di un libro si parla perché la moda, la casa editrice, il direttore del giornale, la comune posizione letteraria o ideologica (ma in un senso puramente pratico e personale) vogliono che se ne parli. Verso un libro non si sente più non solo amore (l’amore disinteressato per la poesia), ma neppure interesse culturale.
A suo tempo, lo stesso Eco scrisse ironicamente:
Sade D.A.Francois, Justine
Il manoscritto era in mezzo a tante altre cose che avevo da vedere in settimana e, per essere sincero, non l’ho letto tutto. Ho aperto a caso tre volte, in tre punti diversi, e voi sapete che per un occhio allenato questo basta già. […]
tuttavia, se ogni scherzo nasconde un fondo di verità…
Emanuele Pilan
Fonti:
–Diario Minimo –Umberto Eco, La Nave di Teseo, 2022
-network.aie.it (https://network.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-9964-2024.10.9/Rapporto_2024_sintesi.pdf?IDUNI=2gwbx5gkr1decv4yi0gerisx7768)
-Istat.it (https://www.istat.it/comunicato-stampa/produzione-e-lettura-di-libri-in-italia-anno-2022/)
