La serie dedicata al tema della mafia, di cui questo è il sesto articolo, si pone l’obiettivo di restituire il contenuto della conferenza Le radici del male, i frutti della speranza, tenutasi al Campus Luigi Einaudi il 10 ottobre e organizzata da Elsa Torino. Tra gli ospiti relatori era presente Luigi De Magistris, ex magistrato antimafia e politico italiano, europarlamentare e sindaco di Napoli dal 2011 al 2021. Nel precedente numero (https://thepasswordunito.com/2025/12/17/speciale-mafia-luigi-de-magistris-da-procuratore-a-ex-magistrato/) si è parlato dell’inizio della carriera dell’ex magistrato, mentre in questo articolo analizzeremo gli eventi che hanno spinto De Magistris a lasciare la carriera da PM per dedicarsi alla lotta contro la mafia in una nuova veste.
Lasciare la magistratura
De Magistris aveva un sogno: quello di diventare magistrato. Ci credeva molto, soprattutto credeva nella Costituzione italiana che, all’art. 3, co. 1, parla di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Lui stesso racconta che, finché si occupava di «assassini, stupratori, ladri di polli, spacciatori, rapinatori, trafficanti di esseri umani, mafiosi di strada», era ben considerato dalla gente. Ma, appena mise le mani nel “sistema”, il cui collante sono i giochi di potere e le logge occulte, iniziarono a fargli la guerra. Quest’organizzazione comprendeva infatti magistrati, individui appartenenti alle forze di polizia e ai servizi segreti e persino politici: era una sorta di stato nello Stato. Così, l’ex magistrato racconta: «Per testare se io avessi paura arrivava il proiettile a casa, la telefonata minatoria, il capretto sgozzato. Ma se fai il pubblico ministero e ti spaventi di queste cose hai sbagliato mestiere. Vedendo che io non demordevo, iniziarono ad attaccarmi con i proiettili istituzionali: carta da bollo, legalità formale, interrogazioni parlamentari, esposti, inchieste…».
L’occasione per “il sistema” di liberarsi di De Magistris, tuttavia, non tardò ad arrivare. In quel periodo, l’ex procuratore stava conducendo delle indagini su Giancarlo Pittelli. Quest’ultimo — condannato nel 2023 per concorso esterno in associazione mafiosa — si configurava come una personalità particolarmente potente, poiché ai vertici di una super loggia che aveva la possibilità di influenzare l’esito dei processi di mafia. Inoltre — prima di diventare politico — Pittelli era un avvocato a cui molti si rivolgevano: nella sua carriera aveva infatti difeso diversi mafiosi e colletti bianchi, per di più era il legale dello stesso procuratore capo di De Magistris, nonché suo amico intimo.
Durante la fase delle indagini, il sostituto procuratore deve avvisare il procuratore capo per potere attuare determinate azioni. L’anno precedente all’investigazione che avrebbe condotto su Pittelli, De Magistris — prima di effettuare una perquisizione al capo dell’ufficio del commissariamento dell’ambiente (ex procuratore generale di Catanzaro e poi ex procuratore generale di Reggio Calabria) — aveva come da procedura avvisato il suo procuratore capo. Allora disponeva di diverse intercettazioni telefoniche, strumento che il ministro Nordio ha definito superfluo perché “per la mafia basta pedinare i mafiosi e non occorre fare intercettazioni”. De Magistris notificò quelle registrazioni al procuratore capo. Accadde che, a seguito di ciò, ci fu una fuga di notizie. L’avvocato Giancarlo Pittelli, in particolare, fu informato.
Avendo imparato la lezione, l’anno seguente De Magistris non avvisò il procuratore capo della sua indagine su Giancarlo Pittelli. Custodì il provvedimento in cassaforte e continuò l’inchiesta. Ma, dal momento in cui dovette avvalersi di avvisi di garanzia, sequestri e perquisizioni — attività previste dalla procedura penale — in 36 ore si vide sottrarre la conduzione delle indagini. De Magistris, a questo punto, venne a conoscenza del fatto che sei mesi prima il figlio del procuratore era stato assunto nella società di Pittelli, e che questi gli aveva concesso la fideiussione bancaria come garanzia. De Magistris fu poi condannato in sede disciplinare dal Consiglio Superiore della Magistratura per vizio procedurale: venne chiesto il suo trasferimento per “incompatibilità ambientale”.
Nel frattempo, Giancarlo Pittelli ha continuato indisturbato a condurre i propri “affari loschi” dal 2007 al 2023, quando è stato finalmente condannato. De Magistris ha dichiarato: «Il giorno prima della sua condanna, a proposito delle vicende che mi riguardavano nel 2007, Pittelli ha rilasciato spontanee dichiarazioni nell’aula bunker davanti ai boss e a tutti gli imputati dicendo che l’origine dei suoi guai risaliva all’anno 2007, quando l’allora sostituto procuratore della Repubblica dott. De Magistris si inventò che in Calabria esistono le massomafie».
La scorta e il volto occulto della mafia
Si è eroi solo quando si muore, diceva Falcone. Se la gente non vede il sangue per terra e la criminalità si avvale di proiettili istituzionali, i cittadini non ne comprendono le logiche. De Magistris è stato fermato proprio attraverso l’uso della legalità formale: la ‘ndragneta ha perciò capito di poter praticare i propri affari abbassando l’antimafia sociale.
Per diciotto anni — dal 2005 al 2023 — De Magistris è stato sotto scorta, ma ha sempre pensato che nessuno lo avrebbe mai colpito fisicamente, sarebbe stato infatti sconveniente. Il PM si era tuttavia accorto che erano risaliti al procuratore capo e ai suoi colleghi. Racconta: «Siccome per le indagini giravo tra Locri, Catanzaro, Vibo Valentia e Lamezia, le persone addette alla mia sicurezza erano preoccupate. Un giorno mi sono lasciato andare con il carabiniere: “Pasquale tu fai il tuo lavoro e io faccio il mio. Quando giriamo per la Calabria stai tranquillo, secondo me non ci fanno niente. Però Pasquale ti chiedo una cortesia — gli ho dato un foglio e gli ho segnato sei nomi — quando arriviamo nel luogo in cui tu pensi che io finalmente sono sicuro, che è il luogo invece più insicuro, che è il palazzo in cui lavoro, tu camminami cinque metri indietro. Poi la sera quando torniamo a casa, se abbiamo incontrato una di queste sei persone, dimmi lo sguardo degli occhi, la smorfia del viso, come muovevano la testa, in che stanze sono entrati e con chi hanno parlato. Perché quando, e non se, mi faranno fuori sul piano professionale mandanti ed esecutori staranno lì” e gli ho consegnato quel foglio».
«Non si dica — ammonisce De Magistris — che i calabresi, e i meridionali in generale, sono conniventi e omertosi. La gente è attenta: come ha visto un gruppo di magistrati che facevano il loro lavoro, faceva la fila per parlare. Quando mi cacciarono via per incompatibilità ambientale, mi fermò un signore calabrese che mi disse: “Dottore non hanno colpito lei, perché lei lo ha messo in conto da PM che o l’ammazzavano o la fermavano, hanno colpito noi”».
Il sogno di De Magistris, però, non sarebbe finito così. Non avrebbe più ricoperto il ruolo di pubblico ministero, ma altri incarichi pubblici lo attendevano. Non perderti l’ultima parte di questa preziosa testimonianza nel prossimo articolo!
Nicole Zunino
