L’iter in corso
Nell’ottobre 2020, il Parlamento Europeo si espresse su un emendamento che proponeva di vietare l’etichettatura dei prodotti vegetali con termini tradizionalmente associati ai prodotti di origine animale, come “burger”, “salsiccia”, “bistecca” o “scaloppina”.
Conosciuto come il veg burger ban o amendment 165, in quella sede il provvedimento venne respinto dagli europarlamentari.
Passò invece un altro emendamento, volto a vietare l’uso di termini relativi a prodotti simil-caseari vegetali, come “yogurt” e “panna”, che estese il già esistente divieto in vigore dal 2017 su termini come “latte” e “burro”, sancito da una sentenza della Corte di Giustizia europea.
Nelle stesse sale di Strasburgo, l’8 ottobre 2025, il Parlamento europeo ha votato una proposta legislativa molto simile a quella respinta cinque anni prima: vietare l’utilizzo di termini come “bistecca”, “salsiccia”, “burger” e “scaloppina” per prodotti a base vegetale. Questa volta, con 355 voti a favore, 247 contrari e 30 astenuti, l’emendamento è stato approvato, e si aggiunge a un divieto europeo già esistente sull’utilizzo di termini come “pollo”, “manzo”, “prosciutto” e “bacon” per prodotti plant-based. La proposta si inserisce nel quadro di una revisione del regolamento sull’Organizzazione Comune dei Mercati (Ocm).
Per diventare effettiva, la proposta dovrà ora passare per i cosiddetti “triloghi”, cioè i colloqui congiunti tra eurodeputati, Commissione e Consiglio europeo, in cui si stilerà una versione finale del testo e si stabiliranno tempi e modalità di applicazione. Una prima seduta degli Stati membri si è tenuta il 10 dicembre 2025, ma la discussione si è arenata e la votazione è stata rimandata al 2026, quando l’eurodeputata francese Céline Imart ha proposto di ampliare ulteriormente l’elenco dei termini da vietare, che ha riaperto le negoziazioni anche sulla parte del testo su cui si era già raggiunto un accordo.

https://www.greenqueen.com.hk/eu-parliament-veggie-burger-labelling-ban-plant-based-meat/
Le ragioni delle parti e le implicazioni
Seppur apparentemente di secondaria importanza, l’argomento ha sollevato un acceso dibattito — così come era avvenuto nel 2020 —, dimostrando in realtà la centralità del tema e la spaccatura degli attori coinvolti.
Per i sostenitori della proposta, la ratio dell’emendamento risiede nella tutela della trasparenza e della corretta informazione del consumatore, nonché nella difesa della tradizione, in quanto i prodotti animali veicolerebbero anche un valore identitario. A ciò si aggiunge una motivazione di natura economica: la protezione di un settore, quello agricolo e zootecnico, che negli ultimi anni starebbe attraversando una fase di difficoltà.
Va tuttavia sottolineato che neanche prima della votazione era legittimo utilizzare tali termini senza etichettarli in maniera trasparente come vegetali, ovvero a patto che il marketing non fosse ingannevole e volto a presentare e vendere prodotti vegetali come equivalenti diretti di quelli a base di carne. Era già illegale, quindi, etichettare una salsiccia vegetale solo come “salsiccia”, come da sentenza della Corte di Giustizia europea, mentre nei prossimi anni potrebbe essere vietata anche la dicitura “salsiccia vegetale” o “salsiccia di lenticchie”. In aggiunta a ciò, uno studio condotto in Olanda su oltre 20.000 persone rileva che il 96% del campione non si dichiara confuso o tratto in inganno da questo tipo di etichette.
La votazione si inserisce anche in un clima di crescente antiveganismo, o vegafobia, in cui i vegani vengono spesso attaccati o stigmatizzati per le loro scelte etiche e alimentari.

https://vegconomist.com/gastronomy-food-service/food-service/beyond-meat-first-plant-based-partner-madison-square-garden/
Per le associazioni ambientaliste e pro-vegan, al contrario, l’emendamento danneggerebbe fortemente le industrie di prodotti alimentari vegetali, un settore all’avanguardia e in cui l’Unione europea è attualmente leader, con un valore stimato intorno ai $2.47 miliardi nel 2024. Le conseguenze potrebbero includere un calo delle vendite e costi esorbitanti legati a rebranding, cambi di logistica e inventari.
Al posto dei termini che la normativa intende vietare, potrebbero essere adottati termini come “veggie disc” or “veggie tube”, allontanando il consumatore dalla concezione tradizionale di cibo e di pasto.
La proposta appare inoltre in potenziale contrasto con gli obiettivi climatici dell’UE, che mira a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il settore zootecnico è infatti responsabile del 14,5% delle emissioni globali antropogeniche di gas serra e, secondo dati ISPRA, in Italia gli allevamenti intensivi emettono circa il 75% delle emissioni totali di ammoniaca: una delle principali cause della formazione di polveri sottili.
Il dibattito si inserisce in un contesto in cui il movimento veg è in forte crescita, persino in un Paese profondamente legato alla tradizione culinaria come l’Italia: secondo il report del 2024 di Eurispes, il 9,5% della popolazione italiana è veg (7,2% vegetariano, 2,3% vegano, con un numero di vegani quadruplicato dal 2014). Anche nei supermercati, i prodotti vegetali sono sempre più diffusi e accessibili.
Questa vicenda costituisce un esempio emblematico dell’influenza e del potere delle lobby agroalimentari europee, che fanno advocacy, anteponendo la tutela dei profitti ad altre questioni sociali, morali e ambientali, facendo gli interessi di un settore elitario che già è ampiamente sostenuto dalle politiche comunitarie e protagonista, negli ultimi anni, di diversi scandali, come quelli documentati in Food for Profit (2024), di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi.
Aspettiamo quindi i prossimi mesi per capire come l’Unione europea deciderà di gestire questa partita, tra pressioni politiche, interessi economici e obiettivi ambientali sempre più urgenti. Resta la speranza che questo tempo di attesa favorisca una riflessione più ampia da parte degli europarlamentari — e, se necessario, un nuovo intervento della Corte di Giustizia.
Nel frattempo, auguriamoci che questo nuovo anno porti un’Europa più coerente con le proprie ambizioni di sostenibilità. E, intanto… burger veggie per cena!
Serena Savarese
