La serie dedicata al tema della mafia, di cui questo è il nono articolo, desidera restituire il contenuto della conferenza Le radici del male, i frutti della speranza, organizzata da Elsa Torino e tenutasi al Campus Luigi Einaudi il 10 ottobre 2025. Tra gli ospiti relatori era presente anche Salvatore Borsellino, ingegnere, scrittore, fondatore e portavoce del Movimento delle Agende Rosse. Del suo intervento si tiene traccia in questo articolo. Il link seguente rimanda invece all’editoriale precedente sulla prima parte del suo contributo alla conferenza (https://thepasswordunito.com/2026/01/28/speciale-mafia-comitato-dei-parenti-delle-vittime-delle-stragi/).
L’agenda rossa
Nella lotta contro la mafia, Salvatore ha incontrato molti ostacoli. Il primo tentativo di dirottamento dell’investigazione fu proprio il trafugamento dell’agenda rossa appartenuta a suo fratello durante l’attentato; da lì furono numerose le incongruenze nelle indagini. Salvatore sostiene: «Scarantino, balordo di quartiere, è stato costretto ad accollarsi la responsabilità della strage in via d’Amelio e accusare persone che invece non erano responsabili, almeno non di quella strage. Il problema è che questo depistaggio è stato avvallato dalla magistratura di Caltanisetta. È indubbio che quell’agenda sia stata sottratta dai servizi e ora magari giaccia in qualche ministero». L’agenda rossa di Paolo Borsellino non è mai stata ritrovata.
Pertanto, Salvatore ha fondato il Movimento Agende Rosse al fine di chiedere giustizia e verità sulle stragi mafiose e sui rapporti tra mafia e politica. Durante il periodo delle indagini, il Movimento aveva preparato un documento mettendo insieme tutte le fotografie scattate in via d’Amelio, confrontando le ombre del sole, individuando la giusta sequenza per ricostruire i movimenti delle persone in quella giornata. Così si era risaliti alla figura di Giovanni Arcangioli — Capitano dei Carabinieri di Palermo —, fotografato mentre si allontanava dalla macchina di Borsellino con la sua borsa in mano. Tuttavia, l’agente è stato assolto dall’accusa di aver sottratto l’agenda nell’udienza preliminare. Salvatore a questo punto si chiede: «Allora perché non si è cercato di capire chi avesse portato via la borsa con all’interno l’agenda? Lo abbiamo fatto noi: è proprio Arcangioli colui che si dirige verso la macchina dell’allora colonnello Borghini, che era presente in via d’Amelio quel giorno e che è sempre al telefono nelle riprese che siamo riusciti a ricostruire. Perché non c’è stato un processo nella cui fase dibattimentale si sia cercato di capire chi ha prelevato quell’agenda?». Il procedimento penale, infatti, è caratterizzato da più fasi: alla fase delle indagini preliminari di fronte al GIP segue l’udienza preliminare di fronte al GUP per arrivare infine alla fase dibattimentale. L’udienza preliminare è una sorta di spartiacque, nella quale si decide quali prove verranno esaminate e di quali fatti vi sarà l’accertamento durante il dibattimento. Ciò che viene escluso di fronte al GUP non potrà essere presentato successivamente, salvo l’assoluta novità sopravvenuta, non conoscibile in precedenza. Ecco spiegato perché la dinamica delle indagini sull’agenda rossa raccontata da Salvatore è così importante.
Il documento, presentato da Salvatore e dal Movimento con l’intenzione di fornire supporto alla procura, all’inizio non era stato preso in considerazione. I PM presenti in aula durante il processo, infatti, alla lettura di tale documento si erano alzati ed erano andati via. Durante il Processo Borsellino quater, la Corte ha preso finalmente in considerazione quell’importante contributo. Fu una svolta: quello dell’agenda rossa fu definito il più grande depistaggio avvenuto nella storia del nostro Paese. Si tenne un processo contro i funzionari dello Stato che avevano istruito Scarantino e la sentenza acclarò che si era trattato di un depistaggio di Stato. Salvatore afferma che anche la strage di Capaci è stata una vera e propria azione di guerra in cui erano coinvolti poteri istituzionali: per arrivare a un tale risultato servivano infatti ordigni particolari e gente capace. Giovanni Falcone — che Salvatore descrive come il vero fratello di Paolo — sta guidando quando tira fuori dal cruscotto delle chiavi, la macchina allora rallenta e solo per questo non viene investito in pieno, ma muore poco dopo tra le braccia di Paolo.
La Commissione Antimafia, di cui si è parlato approfonditamente in uno dei precedenti articoli di questa rubrica (https://thepasswordunito.com/2025/12/03/speciale-mafia-criticita-in-commissione-antimafia/), vuole isolare la strage di via d’Amelio da tutte le altre, quando invece questa fa parte di un percorso eversivo che ha portato al passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Tale percorso eversivo, come definito da Salvatore, viene riordinato e raccontato nell’edizione speciale dell’Agenda Rossa, la quale comprende 61 stragi avvenute nel nostro Paese negli ultimi decenni. La Commissione Antimafia, a questo scopo (come spiega il giornalista Stefano Baudino, rimando al link: https://thepasswordunito.com/2025/12/10/speciale-mafia-una-politica-corrotta-e-parenti-delle-vittime-ignorati/) considera il movente della strage di via D’Amelio — il fantomatico dossier mafia-appalti — negando invece la pista della trattativa Stato-mafia.
Salvatore confida di aver maturato negli ultimi anni un’idea diversa riguardo al movente che ha portato alla morte di suo fratello: «Ho creduto a lungo che quella scellerata trattativa fosse la causa della strage di via d’Amelio, una strage compiuta velocemente, diversa da quella di Capaci. Ultimamente mi sono fatto un’altra convinzione… Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, cercava disperatamente di capire chi avesse assassinato Falcone. Aveva incontrato Lo Cicero, un pentito. Costui gli aveva confidato di un amico, un amico di infanzia di Paolo con il quale era andato a scuola e che aveva frequentato da sempre, che aveva strani collegamenti con il giro d’affari nel territorio in cui è morto Falcone». Dopo la morte di Falcone, Paolo desiderava disperatamente far luce sull’accaduto. Salvatore crede che il motivo per cui suo fratello è stato ucciso risieda proprio qui: Paolo aveva scoperto quel nome e infatti, nel suo ultimo discorso pubblico, aveva detto di essere un testimone della strage di Capaci e che si aspettava che l’autorità giudiziaria lo chiamasse a testimoniare così da dire quello che aveva scoperto. Paolo non è mai stato chiamato dalla procura di Caltanisetta, le cui indagini vennero poi affidate a Bruno Contrada, in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
L’impegno oggi e l’affidamento ai giovani
Salvatore parla del suo ruolo nella lotta contro la criminalità organizzata con tanta umiltà: «In questa lotta che conduco da 33 anni, io non faccio nulla. Sono una scintilla che riesce a far divampare il carburante che già c’è». Oggi, instancabile nonostante l’età, col suo esempio desidera coinvolgere i giovani, affinché siano loro a portare avanti questa battaglia. Affida a loro, a noi, «giustizia e verità».
Recentemente Salvatore Borsellino ha ricevuto la notifica di una denuncia, nella quale viene informato di essere sotto indagine dalla Procura di Palermo per diffamazione in luogo pubblico (dunque querela aggravata). Attende le carte per scoprire chi sia il querelante, che lui sospetta essere Mario Mori (nome più volte citato in uno dei precedenti articoli: https://thepasswordunito.com/2025/12/03/speciale-mafia-criticita-in-commissione-antimafia). Salvatore sostiene: «Sono stato querelato per aver detto che, visto che l’agenda rossa è stata sottratta dai servizi, Mario Mori sicuramente è al corrente di dove essa si trovi e forse addirittura la adopera per poter essere ricevuto con onore dai personaggi del Governo».
Nicole Zunino
