Creatura e creatore, ovvero: Frankenstein, di Guillermo del Toro

«Dunque sono un mostro, scacciato e rinnegato da tutta l’umanità?»

L’opera magna di Mary Shelley è un libro di enorme complessità, in termini di tematiche, che spesso – duole ammetterlo – non sono state trattate con la necessaria cura. Di sovente la creatura (che solo il dottor Frankenstein e i popolani chiamano “mostro”) è stata rappresentata come una bestia sciocca, senza cervello, goffa e ripugnante, incapace persino di parlare. Il barone von Frankenstein è diventato nel tempo l’emblema dello scienziato pazzo e addirittura la mistificazione dell’opera originaria è tale che molte persone credono che Frankenstein sia il nome della creatura. Sarà forse per il suono sgraziato del cognome tedesco? Non ci è dato saperlo. Ad ogni modo il libro dell’Autrice inglese ha visto tanti e tali rimaneggiamenti che ora, alla luce dell’ennesima trasposizione, stavolta di Guillermo Del Toro, appare quanto mai utile far chiarezza.

Samuel John Stump, Ritratto di Mary Shelley, XIX sec., olio su tela. Cortesia di Meisterdrucke.
https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Samuel-John-Stump/941610/Mary-Shelley-%281797-1851%29.html

Visivamente, l’ultima fatica del regista messicano è un vero capolavoro – unico neo, forse, i suoi amatissimi fantasmi rossi, che ricompaiono pure qui – e anche a livello di sceneggiatura funziona molto bene. Le musiche di Alexandre Desplat sono un po’ anonime, ciò che resta impresso invece sono i costumi di Kate Hawley e gli effetti speciali di Dennis Berardi, davvero superlativi, nonostante una CGI pervasiva e a volte eccessiva. Il film, ad ogni modo, è confezionato con cura ed è una vera gioia per gli occhi. Non stupisce che sia diventato un fenomeno pop, anche perché Del Toro è capace di inquadrature al limite della pittura. In termini narrativi, ogni trasposizione cinematografica di un romanzo è un’interpretazione personale di chi ci ha lavorato e va trattata come tale. Guillermo Del Toro decide, in questa sua versione, di raccontarci un Frankenstein narcisista, morbosamente attaccato alla madre a causa dell’assenza sia affettiva che letterale del padre: un tropo del tutto assente nel libro, in cui i genitori di Victor sono amorosi e attenti. Nel romanzo, lo scienziato è giovane e decisamente viziato, il che spiega la reazione di orrore e di disgusto che lo porta a respingere brutalmente la sua creazione. Renderlo più anziano e outsider è un classico della narrazione moderna e contemporanea della storia, e anche questo film non fa eccezione, con la scelta di farne vestire i panni a Oscar Isaac. Del Toro non resiste alla tentazione di mettergli dei vestiti più moderni rispetto al periodo storico in cui è ambientata la vicenda, un cliché hollywoodiano storicamente poco rispettoso ma assai diffuso.

Guillermo Del Toro e Jacob Elordi sul set di Frankenstein. Cortesia di Collider.
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Ciò che caratterizza l’essenza stessa del romanzo di Mary Shelley è il rapporto tra la creatura e il suo creatore, il quale proietta nel proprio progetto scientifico il dolore per la morte dell’amatissima madre. Questo punto nel film di Del Toro è presente, ma assume toni morbosi e quasi freudiani, il che investe un altro importante personaggio: Elizabeth Lavenza. Nel libro, questa è la sorella adottiva di Victor Frankenstein, nata a Milano e presa in custodia dalla sua famiglia, mentre nella pellicola diventa la promessa sposa del fratello di Victor, William. La dinamica del triangolo di una donna contesa tra due fratelli è ritrita al limite dello stucchevole, oltreché non particolarmente vicino all’Autrice, da sempre protofemminista. Inoltre, l’idea di far interpretare sia la madre di Victor sia Elizabeth a Mia Goth è un simbolismo talmente palese da risultare quasi ridondante. I riferimenti alla psicoanalisi e al complesso di Edipo costellano tutto il film e a volte fanno rischiare di perdere di vista il rapporto tra Victor e la creatura, che a sua volta vive i suoi complessi legati all’indisponibilità emotiva del creatore. Certo, nel film questa dinamica è presente, com’è naturale che sia, ma tende a essere resa palese addirittura con linee di dialogo («You are the monster!», urlato dalla creatura in una scena) o scene del tutto gratuite. Altra caratteristica presa dal libro ed esasperata è l’assoluzione nei confronti della creatura; certo, anche nel romanzo si insiste su quanto sia trascurata e maltrattata da Victor, ma essa si macchia comunque di orribili delitti, che invece nel film vengono commessi per errore, come l’omicidio del fratello William e della moglie Elizabeth. Di fatto, nella pellicola del 2025 la creatura non commette alcun delitto volontariamente e dunque l’accanimento di Frankenstein è ancor più ingiustificato e crudele.

Tre versioni della creatura: Boris Karloff, Robert De Niro e Jacob Elordi. Cortesia di Decider.
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Frankenstein o il moderno Prometeo non è assolutamente un libro facile, inoltre la sua età (ben duecento anni) rende necessari alcuni ammodernamenti. Del Toro, sensibile alle tematiche moderne legate alla psicologia e ai traumi genitoriali, decide di incentrarsi su ciò, piuttosto che sull’intenzione di “fare Dio”, che invece era centrale nel capolavoro di Mary Shelley. Il risultato è un film sontuoso, un vero kolossal come non se ne vedono tanti, oggigiorno, scritto e messo in scena molto bene. Tuttavia, ancora una volta, qualcosa del romanzo si perde, sacrificato per favorire altri aspetti, narrativi ma soprattutto estetici. Del Toro, proprio come Frankenstein, prende pezzi di altre storie e li cuce assieme, ma a differenza del barone lo fa con amore e con rispetto. Il suo film rimane indiscutibilmente meritevole di essere visto, come quello del 1931 con Boris Karloff, l’irresistibile Frankenstein Junior di Mel Brooks, l’ambizioso Frankenstein di Mary Shelley diretto da Kenneth Branagh nel 1994, con Robert De Niro, nonché il simpatico Frankenweenie di Tim Burton. Tutte letture diverse e, alcune più e altre meno, distanti dal lavoro di Mary Shelley. Non che sia necessariamente un male, s’intende.

Vincenzo Ferreri Mastrocinque

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