Da Bad Bunny a Ghali, l’arte spaventa ancora il potere

13 minuti. Più di 300 ballerini e performer. 75.000 spettatori al Levi’s Stadium di Santa Clara, California. Circa 124,9 milioni di spettatori negli Stati Uniti e nel mondo. I numeri possono descrivere solo parzialmente il successo dell’ultimo Halftime Show del Super Bowl, il grandioso spettacolo televisivo simbolo della musica mainstream statunitense. L’evento dell’8 febbraio scorso – organizzato, come da tradizione, durante l’intervallo della finale del campionato di football americano – è stato infatti uno dei più visti di sempre, entrando di diritto tra i momenti più indimenticabili della cultura pop contemporanea. 

Qual è il motivo di tanto successo? Il merito va sicuramente a Bad Bunny, classe 1994, all’anagrafe Benito Antonio Martínez Ocasio e conosciuto anche come il “King of Latin Trap”. Per coloro – sicuramente pochi – che ancora non lo avessero mai sentito nominare, stiamo parlando di un rapper, cantautore e produttore orgogliosamente portoricano, che nell’ultimo decennio si è affermato come una delle superstar più influenti del panorama musicale internazionale. La consacrazione definitiva è arrivata a inizio 2026, quando il suo Debí tirar más fotos ha vinto i premi di migliore album dell’anno e di migliore album di Música Urbana ai prestigiosi Grammy Awards.
Orgogliosamente” portoricano, dicevamo, e non è una scelta di parole casuale: con il suo show, infatti, Bad Bunny ha ricostruito un pezzo dell’isola del Mar dei Caraibi sul campo da football, una vera e propria dichiarazione d’amore alla terra che lo ha cresciuto. Tra campi di canna da zucchero – per secoli motivo di sfruttamento e riduzione in schiavitù della popolazione locale da parte dei coloni europei –, case e negozi tradizionali, una comunità in festa per le strade dell’isola, un matrimonio e degli alti tralicci di legno, Bad Bunny è riuscito a rappresentare l’anima più autentica e gioiosa di Puerto Rico

Una scenografia potente, così come i messaggi trasmessi dal palco: prima fra tutti, la scelta – più politica che mai – del cantante di comunicare soltanto in spagnolo, la sua lingua madre, in uno Stato che la considera veicolo di una cultura di serie B, se paragonata all’inglese.
C’è poi un invito a credere nei propri sogni, anche quando sembrano troppo ambiziosi, rappresentato da un Bad Bunny ancora bambino che si guarda in TV e riceve il Grammy dalla versione adulta di sé stesso. Attenzione, però: non si tratta di un “se vuoi, puoi”, motto del classico sogno americano, ma di un desiderio che parte dal basso e si realizza soltanto grazie al supporto collettivo della famiglia e della comunità.
Il culmine dell’esibizione, però, è arrivato nel finale. Bad Bunny ha urlato “God Bless America!” (letteralmente “Dio benedica l’America”), elencando subito dopo tutti i Paesi che compongono il continente americano, dal Cile al Canada. In questo modo, il cantante ha espresso il desiderio di un’America diversa, plurale, rispettosa delle differenze di ciascun Paese e libera dall’identificazione esclusiva con gli Stati Uniti. Infine, un ultimo messaggio rivolto allo stadio e al mondo intero:

The only thing more powerful than hate is love.
(L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore.)

Per soli 13 minuti, dunque, la musica di Bad Bunny ha rappresentato ciò che conta davvero: la tradizione, la famiglia, ma anche l’apertura verso il mondo, l’importanza dei sogni, i sorrisi, la lotta alle discriminazioni, l’amore. Nulla di così divisivo, insomma. Eppure, tutto ciò non è piaciuto alla destra americana e al presidente Trump, che sul suo social Truth non ha tardato a definire lo show come “assolutamente terribile, uno dei peggiori di SEMPRE!” e “un affronto alla grandezza dell’America”. Sarà per lo spazio rivendicato da un giovane non “abbastanza” americano, secondo degli standard neanche così velatamente razzisti, nonostante sia nato e cresciuto in un territorio sotto la sovranità statunitense? Oppure per le sue dichiarazioni contro l’ICE durante la consegna dei Grammy? Qualunque sia la ragione, lo show di Bad Bunny sembra aver destato delle preoccupazioni perfino alla Casa Bianca.

Una vicenda che ricorda da vicino quella tutta italiana delle polemiche – esplose giorni prima della sua esibizione – che hanno travolto Ghali, una volta annunciata la sua presenza alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026. In particolare, si è diffuso il timore che l’artista potesse utilizzare un palco di tale importanza per esprimere la sua presa di posizione contro il genocidio palestinese, così come aveva fatto a Sanremo 2024 con la canzone Casa mia. “L’Italia e i Giochi meritano un artista, non un fanatico proPal”, ha attaccato la Lega, mentre il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha tentato di rassicurare tutti dichiarando: “Ritengo che un Paese debba sapere reggere all’urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco”. 
In questo caso, si può dire, il potere ha agito “in anticipo”, affinché l’arte non diventasse troppo scomoda, come dichiarato dallo stesso Ghali su Instagram il giorno prima della cerimonia. L’artista italiano di origine tunisina ha fatto sapere al suo pubblico che avrebbe voluto includere anche la lingua araba nella sua esibizione, ma ciò non gli è stato concesso, così come la possibilità di cantare l’inno italiano
Alla fine, però, nonostante le “direttive” dall’alto, i primi piani negati e la mancata pronuncia del suo nome da parte dei telecronisti Rai, il messaggio di Ghali è arrivato forte e chiaro: la sua interpretazione della poesia Promemoria di Gianni Rodari si è trasformata in un potente inno alla pace.

Insomma, che sia per lo spagnolo negli USA o l’arabo in Italia, per le dichiarazioni contro l’ICE o contro il genocidio, per le orgogliose rivendicazioni delle proprie origini caraibiche o nordafricane, sembra ancora che gli artisti debbano chiedere l’approvazione di alcune aree politiche prima di esibirsi su un palco. Ma, come ha scritto Ghali in un post su Instagram il giorno dopo la sua esibizione, “le persone sono ciò che conta davvero”.

Ilaria Vicentini

Fonti

Cassandro Daniele, “Bad Bunny (e Ghali): quando il pop meticcio fa paura alla destra”, Lucy sulla cultura, 9 febbraio 2026, ultima consultazione: 12 febbraio 2026, link: https://lucysullacultura.com/bad-bunny-e-ghali-quando-il-pop-meticcio-fa-paura-alla-destra/

Rackham Annabel, “Bad Bunny makes history as Trump criticises ‘terrible’ Super Bowl show”, BBC News, 9 febbraio 2026, ultima consultazione: 12 febbraio 2026, link: https://www.bbc.com/news/articles/c394g7nnzmzo

Sanchez Chelsey, “All the Hidden Symbols and Messages in Bad Bunny’s Halftime Performance”, Harper’s Bazaar, 9 febbraio 2026, ultima consultazione: 12 febbraio 2026, link: https://www.harpersbazaar.com/celebrity/latest/g70287539/bad-bunny-hidden-messages-super-bowl-halftime-performance/

“Olimpiadi Milano Cortina, polemica per Ghali alla cerimonia di apertura. Lega all’attacco”, Sky TG24, 26 gennaio 2026, ultima consultazione: 12 febbraio 2026, link: https://tg24.sky.it/politica/2026/01/26/ghali-olimpiadi-cerimonia-apertura-polemica


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