Quando la magia ci ritrova: “Harry Potter” da grandi

Seduti, con il libro in mano: esattamente come anni prima. La copertina liscia e rigida che si apre tra le dita mentre un profumo nostalgico avvolge le narici. Poi, si inizia a leggere: in un attimo ci si ritrova catapultati tra le pagine, come se il tempo non fosse mai passato.

La domenica era il giorno preferito dello zio perché “la domenica non c’è posta”.

Lo diceva sempre con un sorriso storto, come se la posta fosse qualcosa da cui difendersi. Lettere significavano problemi, conti, notizie che cambiano l’aria in casa. La domenica no. La domenica era silenzio, tè caldo, il rumore del cucchiaino contro la tazza.

Quella domenica, però, la posta arrivò.

Non bussò. Scivolò sotto la porta come fanno le cose importanti: senza chiedere il permesso. Una busta spessa, la carta ruvida sotto le dita, il nome scritto con un inchiostro che sembrava ancora umido. Uno sguardo lungo prima di aprirla e… dentro c’era un mondo.

All’inizio, Harry Potter è stato una promessa, non un’esplosione: il ricordo del primo treno, il fumo che pizzicava il naso, il corridoio stretto, i sedili dal retrogusto di stoffa vecchia. Hogwarts non si spiegava: si percepiva. Aveva le orme del rumore di passi sulle scale, odore di candele e pagine pesanti di libri ingialliti, il freddo delle mura possenti. In quel momento non stavamo leggendo di Harry: eravamo accanto a lui, spaesati, ma con la sensazione di trovarci finalmente nel posto giusto.

Harry cresceva e noi con lui. Inizialmente, il lettore vuole solo che egli sia sicuro, poi arrivano scelte e sbagli: quando ha realizzato che la magia non lo avrebbe protetto dal dolore, l’abbiamo capito anche noi.

Hermione è la voce che ci ricorda quanto serva impegnarsi e che anche il sapere può salvarti. All’inizio rassicurava, ma, pagina dopo pagina, ha smesso di credere che le regole bastassero e ha capito che a volte fare la scelta giusta significa perdere qualcosa, o meglio, qualcuno. L’intelligenza, ci insegna Hermione, non è rifugio, ma responsabilità. Non rigidità, ma forza mentale.

Ron era casa, cibo, risate: ti scaldava come un maglione natalizio in lana. Se ne andava quando faceva troppo male restare, ma tornava sempre. E ogni suo ritorno era un sospiro di sollievo.

Neville, invece, lo si notava appena, come succede con le cose che crescono lentamente: da un piccolo seme ad un fragile germoglio che d’un tratto non è più invisibile. La piantina era ormai lì, in piedi, a insegnarci che l’umiltà è una difesa potentissima e che, se ben annaffiata, fiorisce in un’arma letale.

Ginny brillava poco all’inizio: la sua magia era silenziosa, come una brace. Quando però è scattata la scintilla ha imparato a stare nel fuoco senza bruciarsi.

Luna è entrata storta e incompresa: diceva cose che nessuno capiva, vedeva creature che nessuno vedeva. Eppure, lei stava benissimo così: felice, spensierata e trasparente. Perchè non sempre bisogna avere una spiegazione razionale a tutto: si può essere vivi e basta.

Si ammira tardi il personaggio di Piton: solo quando si comprende che alcune vite non sono fatte per consolare, ma per restare. Piton non chiedeva amore (a quello aveva rinunciato), bensì di essere guardato fino in fondo sotto quella corazza. E quando si scava negli abissi ci si fa male.

Silente sembrava infallibile: maestro paterno e guida luminosa per un ragazzino dal passato sfortunato. Tuttavia, anche chi insegna può sbagliare. Egli ci ha dimostrato che crescere significa smettere di cercare di essere adulti perfetti: nessuno lo è.

Hagrid, invece, era sempre lì. Come una porta che resta aperta. Come qualcuno che ti chiama per nome anche quando non ti senti degno. Come un abbraccio sicuro in inverno: caldo e confortevole.

Al termine dell’ultimo libro la casa era silenziosa. Lo zio stava bevendo il tè contento. Era domenica sera, niente posta, nessuna lettera.

Tuttavia, dentro il cuore da lettore, eravamo consapevoli di aver vissuto in un altro mondo. Questa magia, però, non era intrappolata in qualche capitolo: era Hogwarts, era sentirsi, per una volta, a casa dentro una storia.

Dopo, per molto tempo, si pensa sia tutto finito lì, che quel calore nel petto appartenga solo a quell’età in cui si legge con il corpo prima che con la testa. In realtà, crescendo, ci si accorge che Harry Potter non se n’è mai andato: ha solo cambiato posto.

Lo si ritrova quando le storie smettono di essere facili e il mondo non si divide più nettamente in buoni e cattivi. Allora, i libri tanto amati da bambini iniziano a parlare in un altro modo: non più come rifugi, ma come mappe.

Rileggendo questi testi si prova di nuovo quella paura che ti stringe lo stomaco. I corridoi di Hogwarts non sono più solo affascinanti: sono labirinti in cui perdersi. La magia non promette più salvezza, bensì ascolto, coraggio, resilienza. Arriva la consapevolezza che quelle pagine ci stanno insegnando qualcosa che nessuno ha mai osato pronunciare ad alta voce: crescere significa distruggere le protezioni, non le illusioni; significa abbattere le difese e marciare verso i propri sogni, indipendentemente dall’esercito nemico.

Harry, infatti, arrivato alla fine, non diventa potente: rimane sè stesso, scapigliato e dolcemente maldestro. Questa freccia taglia dritto nel cuore perché nessuno ti prepara al momento in cui devi scegliere sapendo che farà male. Eppure, seguendo il suo esempio, si impara che il valore di una persona non sta in ciò che vince, ma in ciò che accetta di attraversare, in ciò per cui sceglie di combattere.

Sfogliando le pagine si ripensa a Neville: a come lo si ha trascurato all’inizio, a quanto somigli a certe parti di noi che spesso ci rifiutiamo di vedere, a quanto sia facile scambiare la lentezza per debolezza. Egli ci insegna che non tutti fioriscono allo stesso tempo: alcune vite hanno bisogno di più silenzio prima di trovare voce e urlare a squarciagola.

Anche Luna fa un effetto diverso. Lei è meravigliosamente libera: non cerca approvazione, ha già trovato il proprio centro. Questo ci porta a riflettere su quanta energia sprechiamo cercando di essere compresi, invece di essere veri.

Infine, il personaggio di Piton colpisce quando si cerca di capire cosa significhi restare fedeli a qualcosa che non guarisce. Nessuno lo ha giustificato, ma molti lo hanno compreso. E capire, a volte, è più difficile che perdonare.

Crediti: ph @saraa.gadda

Quando si ripensa a quei libri, non si ricordano solo le scene: ciascuno ricorda dov’era e rievoca quelle stanze dai drappi rossi vellutati, quelle luci soffuse, quei mormorii fruscianti del castello. Harry Potter non è stato soltanto una storia: è stato un luogo in cui tornare mentre tutto cambiava. Un posto che cresceva con noi, insieme a noi, mano nella mano.

Forse, è per questo che ancora adesso, quando si vede una busta spessa o si sente il rumore di un treno, qualche follia sognatrice si accende dentro la nostra testa, come se aspettasse ancora. Come se sapesse che la magia non arriva quando la cerchi, ma quando sei pronto a sentirla.

Infine, pensando allo zio e alla sua domenica senza posta, sul volto si disegna un sorriso, perché alcune lettere, una volta arrivate e lette, non smettono più di parlare.

Sara Gadda

Fonti

Rowling J. K. (autrice), Astrologo Marina (traduttrice), Harry Potter e la pietra filosofale, Salani, 1998.

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