Difficilmente ci si sarebbe potuti discostare dal capolavoro immortale di Emily Brontë più di quanto abbia fatto il film di Emerald Fennell. Storia, personaggi, costumi, colonna sonora: tutto è lontanissimo dalle atmosfere cupe e sinistre del romanzo, di cui rimangono solo i nomi dei protagonisti e la brughiera dello Yorkshire (vera location della pellicola). “Cime tempestose” — con le virgolette per volere della regista — si configura così come un perfetto specchio di un approccio cinematografico sorpassato e di un’idea di amore distorta, se non direttamente dannosa.

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Nel libro, Heathcliff è un personaggio tremendo: crudele, spietato, indurito dalla cattiveria e dal razzismo di chiunque gli stia intorno. Infatti, uno dei suoi tratti fondamentali è essere scuro di pelle. Quando padron Earnshaw lo porta in casa non gli dà il proprio cognome, lo chiama solo Heathcliff. Avere un nome che facesse anche da cognome era prassi nell’epoca dello schiavismo. Stupisce, quindi, che in quasi ogni trasposizione di Cime tempestose il suo ruolo venga ricoperto da un attore bianco.
Se, però, ci sono state delle interpretazioni memorabili — Laurence Olivier nel film del 1939, Massimo Girotti nello sceneggiato Rai del 1956 —, di certo quella di Jacob Elordi non è fra queste; monocorde e inespressivo per quasi tutto il tempo, tranne quando sfodera una specie di sguardo da seduttore su cui è meglio stendere un velo pietoso. Margot Robbie ha una cosiddetta “iPhone face”: si vede che è una donna di questi tempi, con i suoi zigomi perfetti, gli occhi grandi, il naso drittissimo. Un ideale di bellezza ben lontano da quello del primo Ottocento.

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L’amore tra Heathcliff e Cathy Earnshaw è drammatico, violento e a tratti ripugnante nell’opera originaria. Non suscita mai tenerezza, perché entrambi hanno caratteri molto difficili e tratti negativi; si tormentano, si respingono, si cercano, ma non riescono mai a trovare un equilibrio. La colpa è anche dei traumi e della sofferenza che hanno provato da cui sono stati segnati impietosamente.
Emerald Fennell, piuttosto che traslare questa dinamica nel suo film, ha preferito farne una specie di fanfiction da Wattpad o AO3, che ricorda molto più la serie di After o Fabbricante di lacrime. Perfino Cinquanta sfumature di grigio, visti quanti riferimenti sessuali infarciscono la pellicola — assenti nel romanzo, in cui Cathy e Heathcliff si scambiano un solo bacio prima che lei muoia. Una sessualità fastidiosa, che mette a disagio anche per l’ambiguità della Cathy di Margot Robbie, che dice sempre «no, no» e poi si lascia convincere. In tempi in cui il concetto di consenso è così centrale nel dibattito sui diritti delle donne, questa dinamica da dark romance di quart’ordine era proprio necessaria?

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La scena del corsetto è un must irrinunciabile dei period drama con intenti vagamente politici e si ripete sempre uguale. In una camera da letto immersa nella penombra, una signora sta piegata in avanti appoggiata a un mobile, e la sua cameriera tira forte le corde del corsetto, ovviamente indossato senza niente sotto. La nobildonna soffre, si lamenta, eppure chiede che le venga stretto ancora, mentre la domestica arranca e sbuffa usando tutto il proprio peso per stringere lo strumento di tortura il più possibile. Ovviamente è tutto finto.
Tralasciando che il corsetto va indossato con sotto una chemise di lino o di cotone, in modo che non si sporchi, il tightlacing (ossia l’indossare corsetti sempre più stretti per rimodellare la silhouette) era una pratica poco diffusa e sconsigliata già all’epoca. Il corsetto serviva ad esaltare la figura e a dare struttura agli abiti, non a comprimere il corpo.
Perché allora ci si ritrova sempre a doversi sorbire la stessa identica scena? Per rappresentare l’oppressione delle donne, come se i mariti gelosi e violenti, le rigidissime norme sociali in vigore e i matrimoni combinati non fossero sufficienti. Il problema della scena del corsetto è che, oltre a non avere alcuna accuratezza storica, dipinge le donne come stupide, pronte a martoriarsi fisicamente e addirittura a morire pur di obbedire ai canoni sociali. Un manierismo melenso e paternalistico, mirato solo a dipingere quei tempi come bui e retrivi, contrariamente al presente fatto di progresso e reggiseni.

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Benché ai costumi abbia lavorato una vera icona di Hollywood, Jacqueline Durran (Orgoglio e pregiudizio del 2005, Anna Karenina, The Batman, Barbie…), l’impressione è di trovarsi di fronte a un’accozzaglia di stili che non hanno alcuna coerenza tra loro, messi lì solo per compiacere un gusto estetico di cui non s’intravede il senso. Si arriva ad un punto in cui i costumi sono tanto finti e gli interni di Thrushcross Grange — l’altra residenza che si vede nel film — così esagerati da non avere più ben chiaro che film si stia guardando.
Forse è proprio qui la debolezza maggiore di questo film: non si capisce dove voglia andare a parare. Si prende troppo sul serio per essere camp come Romeo + Giulietta di William Shakespeare di Baz Luhrmann o Marie Antoinette di Sofia Coppola, ma al contempo è troppo surreale per essere considerato un vero tentativo di trasposizione letteraria. Troppo spinto per un pubblico giovane, troppo adolescenziale per gli adulti.
Le scene spesso paiono girate solo per farne degli edit su TikTok e nemmeno la maestosa fotografia di Linus Sandgren (La La Land, No Time To Die, Don’t Look Up…) salva la situazione. La sceneggiatura, poi (della stessa Fennell), è ancor più disastrosa. Scompare del tutto l’elemento gotico del libro — un’alternanza tra la costante presenza della morte e lo spirito di Cathy a tormentare Heathcliff —, sostituito da un finale sbrigativo e poco ispirato che trasmette solo fretta.

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Insomma, poco o nulla rimane del meraviglioso libro di Emily Brontë, che diviene lontana ispirazione per un film che, al di là delle sue chiare pretese d’innovazione, sa di superato e di stantio. Una pellicola vecchia di vent’anni, retta da una sceneggiatura che forse avrebbe potuto conquistare il pubblico nel 2015, ma che vive di idee ormai talmente consumate da strappare dei brividi, sì, ma di cringe, oltre a svariati sbadigli.
Si poteva e si doveva fare meglio, non fosse altro per la memoria dell’autrice dell’opera originaria che, assieme alle sorelle, fu una delle prime icone femministe della modernità. Sicuramente avrebbe meritato un po’ più di fedeltà ai suoi ideali e meno spettacolarizzazione gratuita, ma così non è stato, per l’ennesima volta. Chissà se un giorno uscirà una versione di Cime tempestose rispettosa? Nel frattempo, meglio leggere il romanzo; quello sì che non invecchia mai.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque
Fonti
Bio: Wuthering Heights – Kraften i Finspång, link:
https://kraftenifinspang.se/evenemang/bio-wuthering-heights
