La giuria di cittadini
I Greci si organizzavano in poleis, città-stato, ciascuna con le proprie leggi. Atene fu sempre la città greca modello di democrazia, quel tipo di governo dove ogni cittadino sente il diritto e il dovere di partecipare attivamente alla vita politica.
I cittadini erano gli uomini liberi, dai trent’anni in su. A diciott’anni si faceva un esame, la taximasia, che avviava un percorso di crescita, ma solo a partire dai trent’anni si era nella lista degli eleggibili. Ad Atene molte cariche, infatti, erano scelte a sorteggio (come quella di giudice), eccetto quelle che richiedevano competenze specifiche, come lo stratega. Se un cittadino aveva diritto a partecipare attivamente alla vita politica, allora era anche in grado di giudicare i comportamenti conformi alla suddetta. Il meteco, invece, non era un cittadino, ma godeva di libertà e doveva pagare una tassa di soggiorno, e veniva sottoposto a processi diversi.
Difendersi a processo
Partiamo dal presupposto che la figura dell’avvocato nacque a Roma. Nel corso del V sec a.C. i cittadini chiamati in causa si difendevano da soli, ma spesso per la creazione dei loro discorsi si servivano di logografi a pagamento (da logos, “discorso”, e grafo, “scrivere”). In questo caso si parla di processo democratico diretto. La performance permetteva di far percepire le parole come proprie. Ad Atene c’era una legge che vietava al logografo di intervenire al posto dell’imputato: gli unici che potevano presentare un secondo discorso ai propri amici imputati, qualora fossero stati troppo giovani o vecchi, erano i sinegori (da sun, “con”, e aporeo, “parlare”).
Accusa e verdetto
Ma come funzionava il processo? Chi desiderava sporgere denuncia si recava dall‘arconte eponimo, il quale si occupava di istruire il caso, raccogliendo le testimonianze e le leggi a supporto e di stabilire la data del processo, che si concludeva in un giorno. All’inizio egli aveva anche il compito di giudicare, ma successivamente toccò alla giuria eletta, dopo l’ascolto dei discorsi monitorati da una clessidra (20-50 minuti circa). I giudici non si confrontavano tra di loro ma, subito dopo i discorsi e l’eventuale replica, si recavano alle urne. Ognuno aveva due gettoni: quello scelto veniva gettato nell’urna di bronzo, l’altro – per sicurezza nei conteggi – nell’urna di legno. Il gettone forato era per la condanna, quello pieno per l’assoluzione. La giuria era composta dagli eliasti (600 persone), distribuiti tra i vari tribunali.
Come vincere un processo
Mentre oggi ci si basa sulle prove, nella cultura greca era importante convincere, persuadere. A dircelo sono gli antichi, che spesso sono la fonte più autorevole: ci affidiamo in questo caso alla Retorica Alexandrum, presente nel codice di Aristotele, con l’aggiunta di una dedica fittizia posteriore ad Alessandro Magno, di un anonimo. Aristotele diceva ai propri allievi che i discorsi giudiziari si basavano su due tipi di prove: quelle artistiche, dove il lato persuasivo era quello più importante (arte in greco è techné), e quelle estranee all’arte, ovvero prove documentarie, che però, potendo essere falsificate, perdevano di rilevanza.
Perché il lato artistico è il più importante? Perché secondo i greci le azioni rispettano il principio dell’eikos (participio neutro del perfetto eoika), che significa ragionevole, verosimile. La natura umana è prevedibile e non mutabile, si basa su caratteristiche dell’agire umano solite: nell’orazione Per l’ulivo sacro, l’imputato difeso da Lisia (famoso logografo), sfrutta la sua stessa avidità per sottolineare che mai si sarebbe assunto il rischio di pagare una multa. In un’altra orazione di Lisia, Per l’uccisione di Eratostene, Eufileto fa credere di non aver premeditato in alcun modo l’omicidio: in Grecia esisteva infatti una legge che esonerava dalla colpa il marito che uccideva l’amante della moglie, se colto in flagrante).

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Una vera mania per i processi
Si andava così disegnando una vera e propria narrazione-spettacolo. Aristofane, commediografo della fine del V sec a.C., nelle Vespe mette alla berlina la mania dei processi, raccontando la vicenda di un padre e di un figlio, con quest’ultimo che istruisce un finto caso giudiziario (un cane che ha mangiato un pezzo di formaggio) per scoraggiare “l’ossessione giudiziaria” paterna. Con questa commedia, Aristofane evidenzia la litigiosità degli ateniesi e il ruolo del tribunale come strumento di potere. In particolare prende di mira Cleone, che aveva aumentato lo stipendio dei giudici a più della metà di quello che guadagnava un operaio in un mese, accrescendo così l’interesse processuale dei cittadini. I nomi dei protagonisti, il padre Filocleone (“amante di Cleone”) e il figlio Bdelicleone (c”olui che disprezza Cleone”) ne rispecchiano il pensiero.
Nicole Zunino
Fonti
Guido Avezzù, L’oratoria giudiziaria, in G. Cambiano, L. Canfora, D. Lanza (a cura di), Lo spazio letterario della Grecia antica, Roma, Salerno Editrice, vol. I: 397-417.
Lisia, Per Eufileto, a cura di A. Roncoroni, Milano, Mondadori, 1993.

