Ma se io avessi previsto tutto questo
Dati, causa e pretesto
Le attuali conclusioni
Credete che per questi quattro soldi
Questa gloria da stronzi
Avrei scritto canzoni?
Va beh, lo ammetto che mi son sbagliato
E accetto il crucifige, e così sia
Chiedo tempo, son della razza mia
Per quanto grande sia
Il primo che ha studiato
Ecco l’incipit della canzone che cambiò per sempre la traiettoria della musica italiana: L’avvelenata di Francesco Guccini, uscita nel 1976 e contenuta nell’album Via Paolo Fabbri 43. Il successo fu immediato, tanto che si classificò nella top 10 delle uscite dell’anno.
Ma che cos’ha di così eccezionale questa canzone? È perché ci interessa tanto? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e comprendere il clima sociale e musicale del secolo appena trascorso.
La storia della canzone italiana (in breve)
I più informati sapranno già che la musica italiana ha faticato non poco a liberare le proprie ali e “cominciare a volare nel cielo infinito”, come cantava Modugno nel suo celebre brano Nel blu dipinto di blu (conosciuto anche come Volare). Proprio da questo brano del 1958 iniziò un radicale cambiamento: fino ad allora, le canzoni italiane erano state utilizzate soprattutto come strumento propagandistico del regime fascista; il Festival di Sanremo, nato nel 1951, si concentrò su canzoni con tematiche amorose (basti pensare a Grazie dei fiori di Nilla Pizzi), ma non portò grandi innovazioni da un punto di vista linguistico o musicale. Fu solo con Volare che, lentamente, la canzone italiana maturò tratti innovativi e interessanti: un’interpretazione meno impostata, ma anzi, molto personale e teatrale; una tematica innovativa come la libertà; un autore che si fa anche cantante.
Ecco che cosa ci interessa davvero: la nascita della figura del cantautore — termine coniato qualche anno dopo, nel 1960, dalla rivista Sorrisi e canzoni. Modugno partecipò alla scrittura della propria canzone, sebbene all’epoca i ruoli di autore e interprete fossero totalmente divisi: il pubblico apprezzò enormemente questa novità inattesa, perciò anche altri artisti svilupparono quest’idea, innovandola ulteriormente. I cantautori, infatti, divennero famosi perché capaci di affrontare tematiche politiche, sociali e storiche, al punto da essere considerati i nuovi “poeti” italiani (sebbene loro stessi non apprezzassero tale definizione). Francesco Guccini divenne l’emblema perfetto di questa categoria: un uomo colto nelle lettere e interessato alla politica. Eppure (o forse, proprio per questo), scrisse la canzone più ribelle, polemica e volgare della musica italiana.
L’avvelenata: un polo basso…
Secondo voi, ma a me cosa mi frega
Di assumermi la bega di star quassù a cantare
Godo molto di più nell’ubriacarmi
Oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare
In questa strofa non notiamo solo la ripetizione del complemento di termine, classico “errore” — anche se ogni buon linguista non apprezza questa parola — da sempre segnato con la penna rossa fin dalle elementari, ma soprattutto l’utilizzo di termini volgari.
L’uso del turpiloquio (cioè le parolacce in gergo tecnico linguistico) è presente fin dalla prima strofa della canzone di Guccini, ma diventa estremo in questi quattro versi. Fino ad allora la canzone italiana è stata non solo pudica, ma anche censurata (persino dopo il crollo del regime). A nessun autore sarebbe potuto venire in mente di parlare dell’atto sessuale in questo modo — già l’espressione “fare l’amore” era da evitare —, men che meno dell’autoerotismo. Insomma, la tematica è stata sdoganata totalmente solo da quel momento, e se qualche anno fa Blanco e Mahmood hanno potuto vincere il Festival cantando “anche se il sesso non è la via di fuga dal fondo” è solo merito di Guccini e della sua ribellione linguistica.
Anche i rapper devono molto a questo cantautore — e non solo per il turpiloquio: ebbene, L’avvelenata è probabilmente la prima canzone della storia italiana ad avere un dissing al suo interno, cioè una frase destinata a «prendere in giro, criticare o addirittura insultare una o più persone»:
Colleghi cantautori, eletta schiera
Che si vende alla sera per un po’ di milioni
Voi che siete capaci fate bene
A aver le tasche piene e non solo i coglioni
Che cosa posso dirvi? Andate e fate
Tanto ci sarà sempre, lo sapete
Un musico fallito, un pio, un teorete
Un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate
Bertoncelli era, infatti, un critico musicale che l’anno prima aveva criticato aspramente Guccini, consigliandogli di lasciare la carriera musicale: la risposta del cantautore fu piuttosto eloquente.
… E un polo alto
Sbaglieremmo se pensassimo che L’avvelenata divenne celebre solo per le parolacce, le descrizioni volgari e il tono di sfida: la vera potenza di questa canzone è proprio la commistione tra un polo basso e un polo alto. Esso è innanzitutto visibile grazie a un lessico che appartiene a un registro alto e poco comune: crucifige, qualunquismo, vossia, teorete (che ha persino un’uscita grecizzante!)…
Ma non è tutto: Guccini organizzò la canzone dando una straordinaria attenzione alla metrica. Tutti i versi della canzone sono endecasillabi e novenari; inoltre, essi sono organizzati secondo uno schema rimico fisso, che si ripete sempre uguale dalla prima all’ultima strofa. Insomma, L’avvelenata si dimostra una canzone studiata fin nei minimi dettagli, che può essere definita “poesia” nel senso tecnico del termine, proprio grazie a questo schema metrico e rimico.
Un’invettiva
L’avvelenata è concepita come una vera e propria invettiva, che Guccini riservava ai propri detrattori: non solo il già citato Bertoncelli, ma anche coloro che lo avevano criticato per le tematiche tristi e pesanti trattate o l’eletta schiera dei colleghi cantautori, “che si vende la sera per un po’ di milioni”. Guccini rivendicò in questo modo la libertà di scrivere ciò che gli pareva: scrivere per lui era un atto catartico, utile per quando era “d’umore nero”. Vendere i dischi — oggi diremmo fare visual — non era la sua priorità, anzi; contava solo “frugare nelle nostre miserie”, liberarsi dalle proprie angosce.
Alla fine della canzone abbiamo la risposta definitiva alla questione e una perfetta chiusura ad anello:
Ma se io avessi previsto tutto questo
Dati, causa e pretesto, forse farei lo stesso
Mi piace far canzoni e bere vino
Mi piace far casino, poi sono nato fesso
E quindi tiro avanti e non mi svesto
Dei panni che son solito portare
Ho tante cose ancor da raccontare
Per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto.
Alessia Vinci
Fonti
Antonelli Giuseppe, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.
