Nella prima parte di questo articolo abbiamo parlato della passione che i Greci, in particolare gli ateniesi, nutrivano per i tribunali, e di come si intentava una causa giudiziaria. Si è solo accennato alla figura del logografo e all’aspetto narrativo, quasi teatrale, dei discorsi pronunciati durante lo svolgimento del processo. Entriamo quindi nel merito di questi aspetti.
Gli atti del processo
I discorsi giudiziari rientrano nell’ambito dell’oratoria classica, sviluppatasi a partire dal V-IV secolo a.C. ad Atene. Questa si articolava in tre generi:
- oratoria giudiziaria, di cui il già citato Lisia fu maestro, che si rivolgeva a un pubblico dotto;
- oratoria epidittica, volta a esplicare un’idea o una posizione a un pubblico panellenico e stratificato; poteva essere di elogio o di biasimo e si esibiva in eventi quali le Olimpiadi. Demostene ne fu un degno rappresentante;
- oratoria politica o deliberativa, di cui oggi ricordiamo i testi di Isocrate; si teneva davanti al Consiglio interno della propria città.
Sebbene di solito un oratore praticasse tutti i generi, Isocrate e Demostene non volevano che si sapesse che da giovani erano stati logografi: era un mestiere screditato, perché consisteva nel vendere discorsi per soldi.
Le origini dell’oratoria sono da ricondurre all’età classica e a una radice siceliota; in Sicilia, infatti, era nata l’esigenza di un “supporto legale” dopo la caduta della tirannide, a seguito della quale i cittadini desideravano riottenere la rendita dei propri terreni e le loro proprietà. Corace e Tisia scrissero dei manuali sulla tecnica oratoria, per aiutare i cittadini nell’arte della parola. Da lì questa pratica si espanse in Italia, poi ad Atene, dove visse il leggendario Gorgia.
Una specie di avvocato
Il logografo, quindi, era colui che sotto compenso preparava un discorso al suo cliente: prima lo ascoltava e prendeva appunti, poi elaborava un testo, in cui le figure evocate non erano persone, ma personaggi creati ad arte per il proprio scopo. È allora che si manipolavano aspetti del carattere e si costruiva il profilo dell’avversario, esercizio in cui Lisia eccelleva.
Con etopea si intendeva la capacità di costruire un carattere, etos: in termini giudiziari consisteva nell’attribuire all’assistito un temporaneo carattere positivo e persuasivo. Non esisteva un codice di leggi presente in aula, per cui ognuno portava i codici utili alla propria difesa. L’obiettivo era suscitare umanità attraverso un’orazione persuasiva: il discorso giudiziario era infatti pensato per il kairos, il momento giusto e opportuno, favorevole e preciso, calato in determinate circostanze. A questo proposito, lo storico greco Plutarco dedicò una parte dei Moralia alla “chiacchiera eccessiva”, in cui parlava di un cliente che si era rivolto a Lisia, e che aveva letto il suo discorso una volta tornato a casa: alla prima lettura lo aveva trovato sublime, alla seconda aveva notato delle discrepanze, alla terza non era più così eccellente. Secondo Plutarco, a questo commento Lisia aveva risposto: “Ma quante volte pensi di pronunciarlo?”.
Quanto del discorso è opera di Lisia e quanto del cliente? Le orazioni di Lisia sono più o meno veementi, più o meno brevi. Il logografo è centrale, il discorso è fatto per essere pronunciato una volta sola, se letto come testo si notano delle imperfezioni (per la pubblicazione, infatti, i testi di Lisia potrebbero essere stati rimaneggiati).
Lisia: esempio di logografo eccellente
Lisia non sapeva solo rimodellare i caratteri del cliente, addirittura servendosi dei suoi difetti per confermare la propria visione dei fatti, ma la sua abilità si deve anche al suo stile di scrittura.
Dionigi di Alicarnasso descrisse la sua come una scrittura che cattura, caratterizzata da un attico quotidiano, di uso corrente, non patinato di antichità come quello di Tucidide o Platone, aggiungendo che si esprimeva in modo semplice e con chiarezza (safeeia). Ma la sua cifra più caratteristica era sicuramente l’energheia, la capacità di dar vita alle proprie immagini. Lisia usava infatti solo il linguaggio figurato proprio del parlato per conferire maggiore spontaneità ai suoi discorsi: iperboli, anacoluti, metafore comuni, prosopopee, personificazioni, parallelismi, paronomasia (ovvero l’associazione di parole simili per suono ma diverse per significato). Si avvaleva di un periodo più ampio durante l’esposizione delle prove e l’epilogo. Nella narratio (dove spiegava l’origine della causa), invece, adottava uno stile più semplice, per cui gli antichi parlavano di grazia innata.

Il discorso di un bravo logografo diventava quindi spazio scenico nel processo e luogo chiave della narrazione. Il processo in Lisia assumeva normalmente tre forme: la personificazione della giustizia (dike), il pericolo (kindunos) e la gara (agon). I Greci erano un popolo estremamente competitivo, che praticava il confronto diretto in tutti gli aspetti della vita: le performance teatrali, i giochi olimpici, la lotta omerica, le contese private. Il processo era un agon in cui un uomo e il suo avversario si misuravano in eloquenza e persuasione, soprattutto nella narrazione, una delle parti dell’orazione.
Nicole Zunino
Fonti
Avezzù Guido, L’oratoria giudiziaria, in G. Cambiano, L. Canfora, D. Lanza (a cura di), Lo spazio letterario della Grecia antica, Roma, Salerno Editrice, vol. I: 397-417.
Lisia, Orazioni. 16-34; Frammenti, Introduzione, traduzione e note di Enrico Medda, Milano, BUR, 1995.
Lisia, Per Eufileto, a cura di A. Roncoroni, Milano, Mondadori, 1993.
