In due precedenti articoli (consultabili ai seguenti link: https://thepasswordunito.com/2025/08/28/si-puo-condannare-lamore-pt-i/ e https://thepasswordunito.com/2025/09/01/si-puo-condannare-lamore-pt-ii/) si è parlato di come leggere l’amore nell’opera dantesca attraverso il Canto V dell’Inferno. Altrettanto noto alla memoria del comune studente italiano è il Canto XXVI dell’Inferno. Se nel secondo cerchio a catturare l’attenzione del lettore era la figura di Francesca, alla fine della prima cantica a suscitare il suo interesse è Ulisse.
Si tratta di un personaggio ambiguo, con cui Dante, come con Francesca, riconosce una comunanza di peccati. L’ambiguità di Ulisse si riflette nella struttura del canto, caratterizzata da diplopia, ovvero “visione doppia”, che consiste nella percezione di due immagini del medesimo oggetto. Ci troviamo all’interno dell’ottava bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti: coloro che con consigli fallaci hanno portato alla rovina o hanno provocato danni ad altre persone.
Topografia dantesca
Il canto inizia con un’invettiva verso Firenze dalla vena ironica:
Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande!
Segue la descrizione della discesa di Dante per mezzo di scale nell’ottava bolgia. Nella Divina Commedia la topografia è importante: nell’Inferno Dante guarda i dannati da una posizione più alta, indice della sua superiorità; nel Purgatorio, invece, c’è una montagna a gradoni, che si deve percorrere per la purificazione; il Paradiso non ha più luogo, tutto è sospeso, perché è un eterno presente di contemplazione. La topografia rivela l’impianto teoretico dantesco.
La virtù come compagna di viaggio
Il viaggio della conoscenza, come quello che Dante sta compiendo, deve essere accompagnato dalla virtù. La ragione è compagna fedele, ma nulla senza la componente etica. Riscontriamo una forte impronta aristotelico-tomista, infatti nella Metafisica di Aristotele è presente l’ossatura del Canto XXVI: tutti gli uomini per natura tendono al sapere, segno ne è l’amore per le sensazioni. La ragione non è contraria alla sensazione, l’esperienza non è contraria alla teoria: sono un’unica parte dell’uomo. Tutti gli uomini sono curiosi di sapere, e il segno della loro pulsione per la conoscenza è l’amore per le sensazioni. Gli uomini amano le sensazioni, indipendentemente dalla loro utilità, e sono curiosi anche se sono consapevoli del fatto che qualcosa non è loro utile. Più di tutte amano la sensazione della vista, poiché è quella che permette loro di differenziare le cose. Negli uomini l’esperienza deriva dalla memoria: il fare memoria definisce il percorso individuale di ciascuno e quello collettivo. L’esperienza si adegua alla pre-costituzione. Nel Canto XXVI sono molti i riferimenti alla vista e alla memoria.
La metafora delle lucciole
Dante fin da subito si identifica in Ulisse, e può farlo perché è un personaggio del mito. Con la presentazione della figura di Ulisse è come se Dante portasse tutte le sue paure e i suoi dubbi di fronte al tribunale del lettore e dell’Inferno. Ricordi le metafore con gli stormi di uccelli, le gru e le colombe del Canto V? Lì è presente un’altra metafora, quella con le lucciole:
vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia
Le fiammelle indicano il bruciare perenne di chi ha ingannato ed esse non sono altro che gli stessi consiglieri fraudolenti.
La doppia immagine di Ulisse
Dante a un certo punto nota una fiammella doppia e chiede a Virgilio chi vi sia all’interno. Il maestro risponde che lì bruciano Ulisse e Diomede, suo compagno di avventura. Come in Francesca e Paolo, a parlare è un solo personaggio: Ulisse. E a colpire il lettore abbastanza istruito sulla letteratura latina e greca è la descrizione che Dante sceglie per Ulisse. Giocando sempre sul doppio, c’è una versione di Ulisse fornita dall’Iliade e dall’Eneide, in cui il re di Itaca, sposato con Penelope, è un ingannatore, “il creatore di finzioni”, colui che ha rubato la Pallade (statua) di Atene; e poi c’è un’altra versione, quella del ritorno di Ulisse a casa, dopo aver vissuto esperienze e guerre e conosciuto molte donne, delineata nell’Odissea. Qui spicca l’uomo polytropos, ovvero dall’ingegno versatile e multiforme. Questo canto, quindi, si pone come una delle prime riscritture del mito di Ulisse.
Se vuoi conoscere la fine di Ulisse e il motivo per cui Dante lo inserisce all’Inferno e in questo canto, non perderti la seconda parte dell’articolo.
Nicole Zunino
Fonti
Gigliotti Valerio, La diritta via. Itinerari giuridici e teologici danteschi, Olschki, 2023: https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-diritta-via-itinerari-giuridici-e-teologici-danteschi-1/UTO04222392
