Dove vanno a finire i fondi europei?

Il 22 gennaio è stato l’anniversario della firma del Manifesto di Ventotene. Questa volta, la ricorrenza ha un significato un po’ più particolare rispetto agli altri anni. La pandemia ha costretto l’Unione Europea a muoversi in direzione di quell’unità che i firmatari auspicavano nel 1944 e piani ambiziosi come il Next Generation Ue hanno sottratto un po’ di vigore ai discorsi antieuropeisti, che vedono l’Europa come un inutile, se non direttamente dannoso, carrozzone di burocrati. Proprio in questo periodo in cui 200 miliardi di fondi europei sono al centro del dibattito pubblico e il Governo italiano litiga su come spenderli, può essere utile ricordarsi che, al di là di Recovery Fund e MES, i fondi europei hanno un impatto enorme sulle nostre vite e sulla nostra quotidianità.

Un sacco di sigle complesse

Quante volte, passeggiando lungo un sentiero o passando accanto a un’opera pubblica, ci è capitato di vedere un cartello che indica il finanziamento a sostegno dell’iniziativa con qualche strano acronimo sotto la bandiera europea? Il fatto che l’Unione comprenda 27 Stati che, nonostante le dichiarazioni, presentano un’enorme diversità, comporta necessariamente una grande complessità e varietà di meccanismi applicativi. Tuttavia, è proprio questo che spesso sta alla base della diffidenza con cui i cittadini vedono le istituzioni europee. FESR, FSE, PSR e una miriade di altre, proviamo a fare un po’ di chiarezza: dietro tutte quelle sigle ci sono progetti molto più vicini di quanto pensiamo.

Come funzionano i fondi

Contrariamente a un certo pensiero comune, le politiche europee non si esauriscono a Bruxelles: uno dei primi obiettivi dell’Unione è, infatti, quello di uniformare il suo territorio in modo da rendere più efficaci tali politiche. Questo scopo può essere perseguito in diversi modi: il potenziamento del mercato unico, l’armonizzazione del diritto privato e, non per ultimo, l’erogazione di un enorme flusso di fondi ai vari territori dell’Unione. Per concretizzare le sue strategie, Bruxelles finanzia vari progetti promossi dagli Stati membri, dagli enti locali e dai cittadini. Ciò avviene, principalmente, tramite due strumenti: grandi programmi-quadro e una strategia di politica regionale volta ad appianare le differenze tra le varie zone dell’Unione. I primi sono volti ad attuare le istanze più ambiziose e complesse come la lotta al cambiamento climatico, affidata a programmi come LIFE; la seconda, invece, ambisce a ridurre i divari socio-economici tra i vari territori, aumentare la competitività e l’occupazione e il tenore di vita all’interno dell’Unione.

Fondi diretti

I progetti a lungo termine, con obiettivi di principio come la svolta ecologica o lo sviluppo della ricerca scientifica, si attuano tramite i cosiddetti fondi diretti: la Commissione stabilisce delle linee guida per raggiungere obiettivi specifici e poi eroga i fondi direttamente agli enti che ne fanno domanda. Il programma forse più famoso in questa categoria è l’Erasmus+, che persegue direttamente la circolazione delle persone, delle idee e la comunione dei talenti universitari. Anche il progetto SHARPER, che Unito ha presentato alla Notte dei Ricercatori, fa parte di questo gruppo e si inserisce in un più ampio programma di ricerca e innovazione scientifica chiamato Horizon2020.

Fondi indiretti

Quando, invece, l’UE cerca di eliminare o attenuare le differenze sul proprio territorio, la situazione è un po’ più complessa. Le problematiche molto più numerose e gli obiettivi che cambiano nello spazio di pochi chilometri rendono impossibile un finanziamento diretto. Si preferisce, quindi, avere una doppia coordinazione tra cittadino o istituzione locale e Stato membro e tra Stato membro e istituzioni europee: la Commissione redige documenti di massima con linee guida generali e lascia che lo Stato membro decida come applicarle sul proprio territorio. Questi obiettivi si declinano principalmente tramite programmi regionali, transfrontalieri (che si occupano di situazioni puntuali sulle frontiere) e transnazionali (per zone di cooperazione più ampie). Sono tutte attuate tramite fondi strutturali di investimento gestiti dalle autorità locali.

A livello locale sono tantissimi i progetti che beneficiano dei fondi indiretti. Per esempio, gli ITS, i corsi professionali nelle scuole superiori e molti corsi di formazione promossi da aziende sono finanziati all’interno di questi progetti, attingendo al FSE (Fondo sociale europeo). A Torino, il finanziamento tramite il programma transfrontaliero ALCOTRA ha permesso al Museo Egizio di sperimentare una nuova modalità di fruizione più interattiva degli spazi museali con il progetto Luoghi Viventi, realizzato in collaborazione con musei delle Belle Arti e Charmettes di Chambery.

Riportare il discorso sull’Unione in un’ottica di concretezza può essere utile, soprattutto a noi giovani, per difendersi da una comunicazione politicizzata sull’argomento, per chiedere che siano esperti di progettazione, attuazione e monitoraggio dei fondi europei a spendere i miliardi del Recovery Plan e, infine, per scoprire un mondo che viviamo quotidianamente senza farci caso.

Ginevra Gatti

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