A vele spiegate: viaggiare nell’antichità secondo Omero ed Erodoto

Fin dagli albori della civiltà, l’uomo ha sempre avuto in sé l’impulso e il desiderio di migrare e, con esso, di esplorare nuove terre. A titolo di esempio, il Mar Mediterraneo è definibile un crocevia di un’infinità di popoli che lungo la storia si sono incontrati, attraccando di porto in porto. Ripensandoci con un po’ più di attenzione, le coste mediterranee sono state toccate da molteplici insediamenti umani di altrettante differenti culture: quella egizia, quella fenicia, quella greca e quella romana sono solo alcune tra le più note.

Cosa avevano in comune queste culture? Il desiderio innato di viaggiare per esplorare e conoscere nuovi luoghi del mondo. Naturalmente, gli spostamenti marittimi avvenivano anche, e soprattutto, per uno scopo molto più elementare e pratico, ovvero il guadagno. Una delle principali ragioni (e forse la primissima in assoluto) per cui il Mediterraneo è divenuto sinonimo di sincretismo culturale è, appunto, il commercio, attraverso il quale, poi, avvenivano scambi interculturali.

Però, il tema del viaggio affonda le sue radici nel mito e, quindi, in un’aura leggendaria che affascina il pubblico. Quello greco era in particolar modo interessato alle vicende di un celeberrimo eroe mitico, Odisseo.

Omero: l’Odissea, diario di un viaggio di ritorno

Tutti quanti conoscono, bene o male, la trama dell’Odissea, o perlomeno sanno che questo lungo poema epico in versi narra il faticoso ritorno in patria dell’eroe greco Odisseo (Ulisse, nell’ambito della tradizione culturale latina). Il fil rouge dell’intreccio sono il tema del viaggio, in questo caso per mare, quello della nostalgia della patria natia, una malattia incurabile per gli eroi omerici e, infine, quello del distacco. Tuttavia, non salta forse subito all’occhio che Omero (o chi per lui), autore misterioso del poema epico,  ha voluto fare, a modo suo, un ritratto del mondo antico, descrivendolo nelle tappe del viaggio del mitico.

Questo, però, non significa che Lestrigoni, Cimmeri, Ciclopi e Lotofagi non siano mai esistiti o che, addirittura, qualche marinaio greco abbia dovuto affrontare il suadente e pericolosissimo canto delle sirene o resistere alle grinfie dei due mostri marini Scilla e Cariddi. Eppure, qualcosa di vero, o perlomeno di interessante, c’è dietro a questo tipo di narrazione (come illustra anche la nota accademica Eva Cantarella): questi monstra (termine latino che di fatto indica eventi o esseri prodigiosi, che hanno qualcosa fuori dall’ordinario) rappresentano “l’altro”, il diverso rispetto al canone greco. In altre parole, Omero vorrebbe descrivere la non grecità attraverso esempi all’estremo di barbaricità.

L’esempio per eccellenza è forse dato, come del resto fa notare la studiosa, dall’incontro tra Odisseo e il ciclope Polifemo. Quest’ultimo è il mostruoso emblema della mancanza di ospitalità, quindi della non-grecità e della barbarie. Questa ripugnante creatura è, infatti, tutt’altro che ospitale: non offre né cibo e bevande né un bagno o vestiti puliti ai poveri marinari esausti per via dell’ennesima tempesta che li ha spinti su un’altra terra sconosciuta. Anzi, li fa prigionieri e li uccide uno ad uno, cibandosi delle loro carni.

I ciclopi, come ci fa sapere Omero e come ci fa attentamente notare Eva Cantarella, sono un popolo grezzo che abita sulle montagne e che vive secondo la legge del proprio capofamiglia e non del demos, ovvero del popolo. Come esatto opposto dei Greci, questi non conoscono il senso del vivere comune, delle leggi che regolano una comunità cittadina, non partecipano ad assemblee e non praticano la democrazia; bensì, vivono isolati lontano dalla civiltà e dal senso di appartenenza a una comunità più ampia che non sia il solo nucleo familiare.

È interessante, dunque, che nella narrazione omerica emerga come il popolo greco, di fatto fondatore di numerose discipline, quali ad esempio la filosofia, la storiografia e la poesia, sia piuttosto diffidente nei confronti del diverso e dello sconosciuto, a tal punto da predicarne l’inferiorità culturale (e non solo).

Erodoto: viaggiatore e storico instancabile e assetato di conoscenza

Sul piano della produzione letteraria in prosa, Erodoto è il primo storico per definizione, tant’è che ricorre per lui, nei manuali di letteratura greca, l’etichetta di padre della storiografia. Nei nove libri delle sue Storie, prima di arrivare a narrare le vicende delle Guerre Persiane, Erodoto presenta al lettore il resoconto dettagliato dei suoi viaggi, attraverso vere e proprie digressioni di varia natura, con le quali descrive i popoli sotto il dominio persiano.

Non essendo particolarmente legato a nessuna polis greca per via delle sue vicende biografiche, Erodoto è libero dall’influsso di una storiografia celebrativa unidirezionale (ossia orientata a esaltare la città natale). Perciò, gli avvenimenti e le caratteristiche specifiche delle singole culture saranno descritti con un notevole relativismo etico (come riportano tutti i manuali di letteratura). Più semplicemente, Erodoto è di larghe vedute rispetto ad Omero.

Questo fa sì che la narrazione non si concentri sulle differenze culturali tra Greci e non Greci, ma tra le qualità di altre popolazioni. In numerosi punti dell’opera si possono, allora, trovare miti di fondazione, aneddoti e in altri ancora digressioni narrative più scientifiche, come quando si citano le diverse unità di misura adottate dai singoli popoli.

Per concludere…

Questo è solo uno dei tanti aspetti trattati e analizzati da Eva Cantarella in Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto, lettura indicata soprattutto a chi volesse osservare la cultura greca da un punto di vista leggermente più ampio, tale da permetterne una visione d’insieme e apprezzarne ancora di più il fascino.

Nicola Gautero

Crediti immagine di copertina: Foto di Youssef Jheir da Pixabay

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