Il fascino dell’insolito: la poetica dei nonluoghi

Ci sono dei luoghi che non sembrano appartenere alla vita quotidiana pur essendoci perfettamente integrati, Luoghi che si attraversano giornalmente senza pensarci, a cui non si presta particolare attenzione. Eppure se li si comincia ad immaginare (o ad attraversare fisicamente) sottraendoli alla loro destinazione d’uso, ci si può sentire straniti, spaesati: si può addirittura avere la sensazione di essere trasportati al di fuori del flusso della vita comune, relazionale, nonostante normalmente si trattino di luoghi frequentati quotidianamente e che vedano circolare un gran numero di persone. Un supermercato chiuso di notte, un aeroporto vuoto, il corridoio di una scuola durante l’estate, un autogrill, un parcheggio vuoto, un grande centro commerciale, una sala d’aspetto. Questi posti, portati al di fuori del loro contesto e della loro funzione designata, possono evocare una gamma di sensazioni contrastanti quanto peculiari nel loro mescolarsi, che si possono riassumere come un misto di familiarità e di disagio.

Questa tipologia di luoghi, con poco in comune se non il fatto di essere spazi pubblici anonimi attraversati quotidianamente da una grande quantità di persone, in virtù di questa sola caratteristica possono essere raggruppati sotto un’unica etichetta: liminal spaces, spazi liminali, o nonluoghi.

Fonte: scottjdavies.com

La definizione di nonluogo, essendo un concetto intrinsecamente legato alla modernità, ha una storia relativamente recente, con la sua prima apparizione come concetto intorno agli anni Novanta. In questo breve lasso di tempo ha assunto un’importanza crescente nel suo ruolo come simbolo della modernità e della postmodernità, diffondendosi con diversi connotati in ambiti diversi.

L’antropologo francese Marc Augé è il primo ad elaborare il concetto di nonluogo, definendolo in contrapposizione ai “luoghi antropologici“, ovvero spazi identitari, relazionali e storici. Il non luogo è privo di identità, uno spazio in cui colui che lo attraversa, citando lo stesso Augé, “non può leggere nulla né della sua identità né dei suoi rapporti con gli altri o, più in generale, dei rapporti fra gli uni e gli altri”. Il nonluogo è caratterizzato da un senso di precarietà, di provvisorietà, dato dal suo essere principalmente un luogo di passaggio e di transito. È un prodotto della “società della surmodernità”: spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, spinte dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane. Sono incentrati solo sul presente e sono rappresentativi dell’epoca contemporanea, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta. Il nonluogo non indica solo il fine e la natura del luogo in sè: parte integrante della sua definizione include, oltre alla negazione del luogo, il rapporto che viene a crearsi tra gli individui e gli spazi liminali.

La popolarità del concetto di nonluogo è ritornata in auge come protagonista di una specifica estetica online, che cerca di esprimere la sensazione di spaesamento legata ai liminal spaces: spesso abbandonata e vuota. Il nonluogo assunto a estetica non si esaurisce in un fatto di apparenza o di espressione artistica fine a se stessa: è la spia di un sentire comune, l’espressione di una sensazione di solitudine condivisa, il tentativo di riappropriazione, di razionalizzazione e di integrazione di un sentimento di incertezza, di incognito, di precarietà, di definire l’indefinito. Il sentimento di vaghezza evocato dallo spazio liminale può dare vita a diverse sensazioni che vengono incanalate in maniera diversa: rievocazione nostalgica di qualcosa che si sa di aver vissuto ma che non si riesce a precisare, raffigurazione trasognata di uno spazio che diventa paesaggio onirico nel suo essere comune ma che cela qualcosa di insolito, paura dell’ignoto che trasforma lo spazio in un paesaggio inquietante da horror.

La popolarità di questi luoghi ha raggiunto il picco durante il periodo del lockdown: qual è il motivo di quest’improvviso successo? Karl Emil Koch, un architetto danese, ha scritto dei non luoghi e della loro popolarità per Musée Magazine. Koch ipotizza che il successo degli spazi liminali abbia a che fare con il fatto che “molte persone si sentano perse nella società moderna e vivono in uno spazio liminale della propria vita: sempre sul punto di diventare qualcosa ma senza essere davvero nulla“.

Ma il sentimento di isolamento, fisico e mentale, e di solitudine, di disconnessione dal circostante, non sono gli unici aspetti che entrano in gioco nella fascinazione per gli spazi liminali: un fattore importante è anche quello della nostalgia. Un indefinito sentimento di nostalgia è una delle sensazioni che si provano venendo a contatto con un nonluogo. A riprova di ciò, il fatto che molti dei luoghi rappresentati siano luoghi una volta popolari e simbolici di una determinata epoca, ma oggi in disuso ed abbandonati: drive-in, sale giochi, vecchi cinema e teatri, e altri spazi comuni che rechino una precisa traccia temporale.

La maggioranza dei liminal spaces sembra trovare collocazione tra gli anni Novanta e i primi Duemila (seppure ce ne siano molti anche meno e più recenti). Questo lasso temporale coincide spesso con quello in cui chi prova maggiormente fascinazione per gli spazi liminali è nato o cresciuto. In questo caso lo spazio liminale ha una funzione evocativa: chi lo osserva o lo attraversa sente una sensazione non ben precisata di nostalgia per qualcosa che ricorda vagamente, e che solo il nonluogo riesce a riportare in superficie, seppure come sentimento vago e non come ricordo vivido. Sempre Koch, anche in relazione al picco dei luoghi liminali durante la pandemia, crede infatti che “le persone abbiano passato molto tempo durante la pandemia sentendosi passive e in attesa di qualcosa e abbiano usato lo spazio liminale come un modo per sognare, ricordare il passato ed esplorare la condizione del passare del tempo”.

La sensazione di indefinitezza può suscitare quindi sentimenti confortanti, come il ritorno in un luogo di infanzia che si è conosciuto e di cui ci si è gradualmente dimenticati, o assumere sfumature inquietanti e angoscianti: l’assenza di persone in luoghi tipicamente affolati può creare un senso di terrore e diventare lo scenario perfetto di un film horror.

In sintesi, la passione per gli spazi liminali può essere tradotta come un tentativo, in una direzione o nell’altra, di rendere più interessanti dei luoghi ordinari, anonimi, di conferire loro una storia. Perciò, ricamare una narrativa in cui il nonluogo, tale proprio in virtù del suo essere privo di identità e scollegato dalla storia condivisa, acquista nuove valenze e simbologie.

Sofia Racco

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