The Children: crisi climatica, futuro incerto e divario generazionale approdano al Gobetti

Da martedì 13 a domenica 18 dicembre al teatro Gobetti di Torino è andato in scena The Children di Lucy Kirkwood, per la traduzione di Monica Capuani e la regia di Andrea Chiodi.

Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta nel 2016 al Royal Court Theatre di Londra e l’anno successivo è approdato a Broadway. Il testo, come ha dichiarato l’autrice stessa, è ispirato all’incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi dell’11 marzo 2011. Dunque è uno scritto terribilmente moderno in cui si incrociano temi come quello dell’ambiente, delle responsabilità sociali e individuali, del senso di un futuro sempre più incerto, nonché della frattura generazionale tra “giovani” e “vecchi”. Gli argomenti trattati in modo graffiante e sincero fanno di The Children un inno dei nostri tempi, dove il divario tra giovani e anziani genera un dilemma invalicabile.

Elisabetta Pozzi e Francesca Ciocchetti in una delle scene

Inserita al terzo posto tra le 50 migliori opere teatrali del Ventunesimo secolo da <<The Guardian>>, il dramma è stato accolto positivamente dal pubblico e dalla critica: subito dopo il suo debutto a Londra ha ricevuto una candidatura al Laurence Olivier Award come migliore opera nuova e le repliche di Broadway sono state nominate ai Tony Award come migliore opera teatrale e migliore attrice non protagonista in un’opera teatrale per Deborah Findlay.

Dopo aver debuttato in Italia al Centro Teatrale Bresciano nel 2021, lo spettacolo è di recente arrivato a Torino riscuotendo un grandissimo successo. La regia di Chiodi e le interpretazioni di Elisabetta Pozzi, Giovanni Crippa e Francesca Ciocchetti caricano il dramma di un realismo quasi cinematografico, avvicinando ancora di più lo spettatore a una vicenda già dai ritmi già coinvolgenti.

Il regista Andrea Chiodi

Hazel e Robin sono una coppia di fisici in pensione confinati nel cottage di una lontana cugina a causa di un incidente nucleare che li ha costretti a scappare dalla casa dove hanno vissuto più della metà delle loro vite e dove hanno costruito la loro famiglia. Tra blackout programmati, carenza di acqua potabile e l’impossibilità di vedere i quattro figli e i quattro nipotini, i coniugi ricercano, soprattutto grazie all’influenza di una Hazel puntigliosa e caparbia, la normalità di una volta: cercano di seguire una dieta salutare, di fare yoga, di mantenersi giovani nonostante i sessantasette anni, forse troppo spaventati dalla morte e dall’inutilità della vecchiaia.

È l’arrivo della vecchia amica e collega Rose, nonché ex amante di Robin, a sconvolgere le loro ostinate esistenze. The Children tratta incalzante i drammi personali dei protagonisti – dove nessuno è vincitore e nessuno è vinto, dove non esistono buoni e cattivi, ma solo persone storte e danneggiate – alternandoli all’ incombente problema di gestione del disastro nucleare. È proprio Rose, infatti, a chiedere ai coniugi di unirsi a lei e al suo team per tornare a lavorare nella centrale da cui è scaturita la catastrofe. Del resto è stata proprio la loro generazione a causare quell’incidente irreparabile e ora non può lavarsene le mani, lasciando i bambini a occuparsi dei postumi del disastro.

In questo senso The Children solleva uno dei dilemmi tipici del nostro tempo: ora che i nostri cervelli si sono evoluti abbastanza, permettendoci di invecchiare di più e allungare la nostra vita, che ruolo sociale dobbiamo affidare ai nuovi anziani? È corretto che ripaghino i loro debiti, cerchino di riparare ciò che hanno distrutto e che accettino cinicamente di avere una data di scadenza? O forse è ora di riposare, di godersi la vita? E ancora, quand’è che la loro presenza diventa ingombrante e pressante per le generazioni più giovani? La Kirkwood non dà una risposta univoca, lasciando aperto uno spiraglio finale cosicché lo spettatore possa decidere autonomamente.

Il testo ironico e tagliente smorza una narrazione altrimenti malinconica e impegnativa e rendendo lo spettacolo godibile su più livelli – da un lato l’amore di Rose e Robin mai vissuto pienamente, la paura frenetica di Hazel di diventare inutile con lo scorrere degli anni e gli aneddoti di una lunga e consolidata vita coniugale, ma dall’altro le responsabilità sociali e ambientali che pendono sulle generazioni dei baby boomers e della generazione silenziosa, che troppo hanno preteso dalla Terra senza dare nulla in cambio. Ciò che rimane, una volta usciti dalla sala, non è solo la miriade di dubbi sollevata, ma anche la nostalgia tipica di quelle vite già vissute e delle persone che non hanno più la possibilità di guardare avanti, ma solo indietro.

Rebecca Isabel Siri

Crediti immagine copertina: teatroduse.it

Crediti immagini: Teatro Stabile di Torino

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