Ad oggi è quasi impossibile aprire un qualsiasi quotidiano e non incappare un articolo che parla di Africa, eppure in Italia si parla ancora poco (e spesso male) di questo continente.
Da un lato, siamo figli di un sistema educativo e culturale che lega la nostra conoscenza del mondo all’Europa e all’America, confinando l’Africa e gli altri continenti al caro vecchio “sentito dire” o all’approssimazione distorta di poche informazioni racimolate qua e là; dall’altro l’attualità e la politica, che non fanno che presentarci l’Africa come un “enorme problema” del quale nessuno vuole davvero occuparsi.
Parlare di Africa, oggi, è sempre più complesso: non è un paese, né una nazione; è un continente e come tale, i discorsi che lo riguardano devono essere in grado di coglierne la complessità. Sentiamo parlare di Africa come se fosse un tutt’uno, come se tra il Congo e la l’Egitto non ci fossero differenze, senza accorgerci invece che si tratta di dimensioni completamente diverse, che meritano di essere riconosciute ed apprezzate nella loro diversità. Faremmo lo stesso con due stati Europei? Scambieremmo mai la Romania e il Lussemburgo? Certo che no, eppure quando si tratta di Africa non ci facciamo nemmeno caso.
Il continente è un mosaico culturale, etnico, religioso e linguistico variegato e frastagliato. Quando si legge un articolo che mette al centro “l’Africa” è quasi impossibile non inciampare in termini come: povertà, migrazione, guerra, epidemia; eppure il continente non è solo questo. Il nostro paese è vicino al continente Africano, e non solo a livello geografico, ma anche storico e culturale. Ci auto-releghiamo spesso nei nostri stereotipi, talvolta senza nemmeno accorgercene; continuiamo a dipingerlo come un luogo misterioso, lontano, incomprensibile a coloro che non lo visitano di persona con un safari minuziosamente organizzato o una vacanza in resort.
Parliamo di Africa e nella nostra mente compare l’immagine di un bambino mal nutrito; ma l’Africa in sé non è povera. Lo stereotipo della povertà africana non fa che distogliere la nostra attenzione dalla complessità che caratterizza ogni singola Nazione al suo interno. Il continente Africano non è solo immigrazione, guerra o povertà. Gli stati africani non sono guidati solo da estremisti religiosi, dittatori e corrotti. Le Nazioni africane sono in continua evoluzione, tanto quanto quelle europee.
Dovremmo forse accantonare i nostri stereotipi ed interessarci all’argomento? Forse sarebbe il caso. Il colonialismo dopotutto è stata una parentesi in una storia millenaria, e ad oggi non possiamo permetterci di perpetrare le idee e le immagini che ci ha tramandato. Mettersi in discussione è l’unico modo per mettere un freno all’eurocentrismo che ci ha cullato per troppo tempo.
Sarebbe il momento di dare spazio non solo alle notizie tristi (che rimangono necessarie), ma anche a quelle positive. Parlare di Africa proponendo una narrazione e una rappresentazione veritiera sarebbe impossibile: non siamo in grado di abbracciarne la complessità e non abbiamo ancora le conoscenze per farlo.
Eppure un osservatore esterno, come noi in questo caso, potrebbe decidere di fermarsi per un momento, scegliendo di non accontentarsi di quella narrazione filtrata dai media, ripudiando il ritratto di un Africa ancora primitiva ed arretrata, vittima di se stessa. Una volta accettato il fatto che non abbiamo mai conosciuto veramente questo continente nella sua interezza saremo liberi di ricostruire le nostre conoscenze, accettando i nostri limiti ma dandoci altresì la possibilità di investigare e scoprire, cogliendone sfumature che avremmo altrimenti continuato ad ignorare.
Jessica Pons
