Come Joe Biden ha svenduto l’Alaska ai colossi del petrolio: il Willow Project e la rabbia degli attivisti

In America, tra il dire e il fare la lotta al cambiamento climatico c’è l’odore del petrolio, il quale ha facilmente convinto l’amministrazione Joe Biden, che in campagna elettorale si era espressa fermamente contraria alle “trivellazioni nelle terre federali, punto e basta”, ad approvare, con agile salto della quaglia, il Willow Project il 13 marzo scorso, un colossale piano di trivellazione del suolo in Alaska.

Il progetto, accettato in una versione ridotta rispetto a quella originariamente avanzata dal big del settore energetico ConocoPhillips (Cop.N.), prevede la creazione di tre pozzi petroliferi (contro i cinque proposti inzialmente) all’interno del National Petroleum Reserve – Alaska, il più grande polmone di terreno incontaminato degli Stati Uniti, pari a 93 milioni di ettari di suolo, nella regione del North Slope. Secondo quanto riportato dagli studi di ConocoPhilips, il Willow Project, dal costo stimato di circa 7 miliardi di dollari, dovrebbe produrre 180 mila barili di petrolio al giorno, per un totale di 600 milioni di barili di idrocarburo, superiori alla quantità attualmente posseduta dalle scorte strategiche di greggio louisiane e texane.

Poco importa se il rumore, l’inquinamento e il traffico stravolgeranno completamente un ecosistema già minacciato dagli effetti del cambiamento climatico: in uno stato ancora in gran parte dipendente dal settore delle trivellazioni, il Willow Project porterà lavoro alle comunità locali, prosperità all’economia statunitense e utili al governo centrale pari a 17 miliardi di dollari. Inoltre, Biden, che da mesi esorta le companies del petrolio ad aumentare i livelli di produzione per ridurre il costo dell’energia al consumo, spera di sostituire le forniture russe con i barili d’oro nero provenienti dai pozzi dell’Alaska. Tutti dovrebbero guadagnarci, insomma.

Crediti immagine:https://thebite.org/5827/news/what-is-the-willow-project-how-can-we-help/

C’è, però, chi non la pensa così: numerosi esperti del settore ritengono che i primi barili non arriveranno prima del 2028-2029, un futuro ancora troppo lontano per stabilire quali saranno gli effettivi guadagni, frutto di fluttuazioni di prezzo che dipendono da equilibri internazionali in costante variazione. Comunque, il petrolio alaskano, spiegano gli addetti ai lavori, ha una composizione chimica diversa rispetto a quella del petrolio russo e, per questo, saranno necessarie in ogni caso operazioni di miscelamento per permettere al greggio nord americano di accedere alle raffinerie nazionali.

Nonostante le critiche, il governo ha approvato il progetto e non sembra essere intenzionato a rivedere le proprie posizioni. Non resta che lanciare un avvertimento al presidente: durante le prossime visite istituzionali in Alaska, è raccomandata prudenza, gli orsi polari sono animali molto vendicativi.

Micol Cottino

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Avatar di fausto fausto ha detto:

    L’amministrazione Biden adesso ha un problema grosso: trovare petrolio adatto alla fabbricazione del gasolio. Il comparto raffinazione USA è in grave difficoltà, la riserva strategica è stata svuotata per metà.

    Va bene tutto pur di risolvere: Iran, Venezuela, Alaska. Anche le triangolazioni per sdoganare materia prima dalla Russia.

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