Presidenzialismo all’italiana? Mo’ me lo segno.

Destra che vai, presidenzialismo che trovi. A poco più di un anno dalla bocciatura in Parlamento della proposta di legge avanzata nel 2018 da FdI, la coalizione di maggioranza guidata da Meloni torna alla carica con un nuovo piano di modifica in senso presidenziale dell’ordinamento italiano. Un affronto a carte scoperte nei confronti del sistema di equilibri istituzionali stabiliti dai padri costituenti della nostra Costituzione antifascista, che fissa la forma parlamentare del nostro governo, ritenuta, allora, la migliore e più efficace espressione del sistema democratico su cui si sarebbe fondata l’Italia del Dopoguerra. Ma i tempi cambiano, come si dice.

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Così, tra le prime pagine dei quotidiani dello stivale, tornano in auge termini – quali “Sindaco d’Italia”, “premierato” e “semipresidenzialismo” – che speravamo esclusi per sempre dal dibattito politico dopo il fallimento della proposta firmata D’Alema nel 1997. Rinunciare al principio di rappresentanza, garantito dalla centralità del ruolo del Parlamento, a favore del principio di identità Presidente-Popolo non è, quindi, più un tabù. 

Nonostante i proclami della propaganda della destra (Terzo Polo compreso), l’Italia non ha affatto un problema di debolezza dell’esecutivo. E’ innegabile che i nostri governi abbiano vita breve, ma è altrettanto vero che negli ultimi trent’anni si è assistito a un progressivo accentramento dei poteri nelle mani dei ministri e del premier, che di fatto concerta i lavori legislativi di un Parlamento sempre più indebolito. In un paese così privo di contrappesi politici efficaci, la linea presidenzialista non potrebbe che portare a una deriva assolutistica e autocratica, più simile alle esperienze russe o ungheresi che a quelle statunitensi o francesi. 

Nel caso degli USA, dove il presidente (sia capo di Stato che capo del governo) viene eletto a suffragio universale ogni quattro anni, il sistema dei checks and balances garantisce l’equilibrio dell’ordinamento istituzionale e politico, di cui abbiamo, tuttavia, potuto constatare i limiti in occasione dell’Assalto a Capitol Hill del 2021. Negli Stati Uniti, Repubblica federale dotata di una Corte Suprema, il potere legislativo è affidato al Congresso, composto dalla Camera e dal Senato e soggetto a elezioni popolari ogni due anni, in separata sede rispetto a quelle presidenziali. Se, da un lato, il Presidente non ha il potere di sciogliere le camere, dall’altro, il Congresso, che tra vari compiti ha quello di approvare la legge di bilancio, non può sfiduciare il Presidente, deposto solo in caso di impeachment (si veda il caso Clinton).  

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Nel caso di una svolta presidenzialista, l’Italia perderebbe o indebolirebbe gravemente il suo unico organo politicamente attivo di garanzia della Costituzione, sia che si tratti dell’introduzione di un’elezione diretta del capo di Stato (in forma di presidenzialismo o semipresidenzialismo alla francese), sia che si stabilisca l’elezione diretta del Primo ministro, secondo la formula renziana del “Sindaco d’Italia”. Anche in quest’ultimo caso, conosciuto in politichese come “premierato”, il Presidente, eletto dal Parlamento, perderebbe la prerogativa di nomina del governo e di scioglimento delle Camere, diventando una figura marginale rispetto al Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal Popolo.

Optare per un semipresidenzialismo sagomato sul modello francese di Charles de Gaulle non sembra essere una via meno in salita, data l’assenza, in Italia, di una forte struttura amministrativa capace di operare in autonomia rispetto alla politica. La Costituzione del 1958, sorta tra la guerra in Algeria e il tentativo di golpe militare del 1958, prevede che il Presidente francese, capo delle forze armate, possa fare ricorso a poteri straordinari, rinviare una legge al Consiglio Costituzionale, di cui nomina alcuni membri, ricorrere a referendum, sciogliere il Parlamento, nominare e revocare il Primo ministro e gli altri ministri. Inoltre, dal momento che il Presidente viene eletto dal Popolo, egli non può essere sfiduciato dal Parlamento, che mantiene questa prerogativa solo nei confronti del Primo ministro. In questo modello politico fortemente sbilanciato, il Presidente, che non può subire processi durante il suo mandato, viene destituito solo nel caso in cui venga espresso voto favorevole da parte dei due terzi dei parlamentari, evenienza divenuta sempre più improbabile con l’entrata in vigore delle riforme dei primi anni Duemila, che antepongono le elezioni presidenziali a quelle del Parlamento, entrambi soggetti a elezione ogni cinque anni. 

Con l’approvazione della riforma sulle pensioni, entrata in vigore bypassando il Parlamento grazie all’articolo 49.3, utilizzato ogni qual volta il Presidente non sia sicuro di avere la maggioranza, buona parte dell’opinione pubblica si è resa conto che “presidenzialismo” significa, innanzitutto, minare dall’interno gli strumenti della democrazia.  

Micol Cottino

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