Nell’immaginario comune, tutti conoscono Caronte, il terribile nocchiero dagli occhi di bragia che svolge, secondo gli antichi, il compito di psicopompo, ovvero di traghettatore di anime. Ma da dove ha preso ispirazione Dante Alighieri per la Divina Commedia? Fin quando si spinge indietro la tradizione? É difficile dare una risposta precisa, ma proviamo a mettere insieme qualche dato.
Immagini dall’archeologia
Alcuni ritrovamenti archeologici confermano l’iconografia mitica di Caronte. Ad esempio, un certo numero di vasi in terracotta, risalenti a diversi periodi dell’arte greca, raffigurano Caronte come un vecchio barcaiolo. Tuttavia, nonostante tenga sempre in mano un remo, raramente è accompagnato sulla barca da anime di defunti, quanto piuttosto da piccoli eidola, immagini stilizzate di creature dalla natura divina e alate, o dal dio Ermes.
Caronte secondo il pittore Polignoto di Taso
Pausania, geografo greco vissuto nel II sec. d.C., nella sua opera Periegesi della Grecia racconta che un certo pittore di megalografie, Polignoto di Taso, definito anche pittore di uomini, aveva rappresentato sulla parete delle Lesche degli Cnidi, una sala per riunioni a Delfi, la discesa di Odisseo negli Inferi. Sebbene il dipinto non si sia conservato, la fama dell’autore e Pausania ci informano indirettamente della presenza di una figura che rappresentava Caronte, intento, come suo solito, a fare la spola da una riva all’altra dell’Acheronte per condurre i morti nell’oltretomba.
Secondo Luciano di Samosata
L’arguto retore del II sec. d.C. Luciano di Samosata ci offre invece un’immagine leggermente diversa da quella consueta del nocchiero. Sono interessanti, a tal proposito, l’opera intitolata Caronte o i contemplatori, in cui si riflette sulle frivolezze del mondo, e tre testi tratti dai Dialoghi dei morti. In uno di questi ultimi, il quarto per la precisione, si narra che, alle porte dell’oltretomba, Ermes, il messaggero degli dei, e Caronte, il traghettatore delle anime, discutano animatamente di questioni di soldi. Caronte è infatti in debito con Ermes per un gran numero di interventi di ammodernamento, sostenuti a sue spese, per migliorare l’ormai trasandata barca con cui il nocchiero fa continuamente la spola da una riva all’altra dell’Acheronte. Tuttavia, sebbene gli antichi fossero soliti lasciare in tasca, sugli occhi o in bocca dei defunti due dracme per pagare Caronte durante la loro traversata, il mondo si trova in una situazione di non belligeranza e, come ci fa sapere Caronte, è difficile racimolare soldi quando sono in pochi a morire.
Secondo Virgilio
Il grande poeta di età Augustea, Publio Virgilio Marone, nell’opera che celebra i fasti della gens Iulia e di Roma tutta, inserisce anche, sulla scorta della tradizione mitica e religiosa, la figura di Caronte, sempre in qualità di traghettatore di anime. In questo caso, però, dai versi virgiliani emerge la descrizione di un’orrenda figura macilenta e trasandata, con un mantello lacero sulla schiena, che trasporta da una riva all’altra dell’Acheronte le ombre dei morti. Però, come è naturale, solo quelle che hanno pagato il dazio. In effetti, Virgilio definisce Caronte portitor, parola che significa in questo caso doganiere. Era prassi comune, come già detto, nelle sepolture, che i morti avessero almeno una moneta (in bocca) o due (sugli occhi) di modo che potessero pagare il viaggio sul fiume infernale e non restare sulla riva degli insepolti.
Secondo Dante Alighieri
Il Sommo Poeta realizza, dunque, un’ottima sintesi delle immagini giunte dalla tradizione classica, creando l’immagine perfetta di una creatura infernale che conduce i morti sulla riva opposta dell’Acheronte. Nel caso della Divina Commedia, però, Dante è poco propenso a realizzarne un quadro con una descrizione dettagliata (cosa che al contrario fa Virgilio), ma crea anzi, attraverso lo scambio di battute tra lui e Virgilio, l’immagine di un demone pagano inteso come ipostasi del demonio.
Nicola Gautero
Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Caronte_(mitologia)
