La letteratura è piena di autrici mai entrate nel canone e finite nell’oblio. Ciò avviene perché la tradizione è una selezione e il canone letterario si fonda su selezioni fatte da una specifica società e cultura. Ora, la tradizione letteraria è stata per lungo in tempo in mano ad autori e critici, che, se dovevano scegliere tra un autore e un’autrice, l’ago della bilancia pendeva sempre per il primo. In realtà, è così ancora oggi ed è ben visibile; tuttavia, ci si sta muovendo verso una maggiore consapevolezza e inclusività.
Pensate che la stessa consapevolezza sia capitata anche a Julia Webster? Ovviamente no.
Julia Webster fu un’autrice vittoriana, vissuta nell’Ottocento, quando sul trono del Regno Unito c’era la regina Vittoria. L’epoca vittoriana fu un periodo molto florido per la letteratura, Dickens – tanto per fare un esempio – era un suo contemporaneo. Ma se per Dickens la strada fu meno tortuosa perché autore uomo, per Webster raggiungere il successo letterario fu molto più difficile. Anzi, a dirla tutta, non lo ebbe mai perché venne esclusa dal canone letterario inglese. E la motivazione risiederebbe dietro il suo impegno politico e militante in difesa dei diritti delle donne e non solo. Webster fu autrice – ed è per questo che la ricordiamo maggiormente – di un monologo drammatico intitolato Circe. Ma prima di arrivare all’opera, occorre ricordare che l’epoca in cui è vissuta viene spesso definita controversa. Da un lato, infatti, la società vittoriana imponeva un certo modo di porsi esteriormente, che contrastava con quella che era la realtà storica del periodo. Se dovessimo riassumere in un’unica frase quanto detto, diremmo “Victorian Compromise”, una sorta di compromesso, in cui da un lato c’è ciò che veniva definito respectability e dall’altro una profonda hypocrisy.
Di che cosa si tratta?
L’età vittoriana è il periodo delle contraddizioni, riassumibili proprio con quella formula, perché è stata un’età di progresso e avanzamento tecnologico, ma anche di profonda ingiustizia sociale. Le donne non potevano votare, i bambini andavano a lavorare e venivano sfruttati; i processi non erano equi – avete presente il musical Sweeney Todd? – e regnava un profondo senso di ipocrisia. Il “vittoriano perfetto” era colui che si presentava sempre nel migliore dei modi possibili, anche se per farlo doveva indebitarsi o sfruttare donne e bambini.
Una domanda che potrebbe sorgere spontanea sarebbe: come mai nessuno si è ribellato al sistema?
Ovviamente ci sono stati dei “sovversivi” – se così possiamo definirli –, ma ogni rivolta veniva repressa nel sangue. Tuttavia, alcuni hanno criticato – spesso aspramente – il sistema e uno su tutti fu proprio Dickens. Con i suoi romanzi voleva rendere le persone aristocratiche (il pubblico di Dickens era quello colto, che sapeva leggere e scrivere) consapevoli delle condizioni dei meno abbienti, ma sempre nei limiti della censura.
E Webster?
Ecco, Webster provò a fare un’operazione simile ma venne messa a tacere. Sebbene avesse occupato un ruolo politico e giornalistico abbastanza rivelante nel panorama dell’epoca, l’impegno civile a favore del diritto di voto alle donne e dell’accesso delle ragazze ai più alti gradi di istruzione, le valse l’oblio letterario. Infatti, Webster fu autrice di vari componimenti poetici, ma quasi nessuno, fin da subito, venne inserito nelle antologie letterarie.
Il suo componimento più celebre: Circe
Circe è un monologo drammatico in cui il punto di vista principale è quello della maga di Eea, esiliata sull’isola in cui trasformò in porci i compagni di Odisseo. Circe prende la parola e parla dei suoi sentimenti di donna, prima che di dea, e lo fa con consapevolezza e sicurezza. Cristiana Franco, autrice del saggio Circe, variazioni sul mito, descrive il suo modo di presentare Circe nel seguente modo:
«Una figura del mito classico come Circe consentiva a Webster di assumere una persona attraverso cui dare libera voce non solo al desiderio erotico-sentimentale, ma anche all’orgoglio intellettuale femminile senza rischiare la propria rispettabilità di moglie e madre, anzi, con l’ambizione di acquisirne ancora di più in qualità di poeta capace di cimentarsi con la tradizione “alta” dei classici».
E non solo, il modo in cui Circe parla fa vacillare la versione di Odisseo, che qui viene contestata dalla dea stessa: la famosa coppa con il ciceone non è altro che uno specchio in cui gli uomini vedono riflessa la loro bestialità e nulla più.
La Circe di Webster, infine, esprime un desiderio di cambiamento, perché quella solitudine non le basta più. Ma qui sorgono le contradizioni dell’autrice. Infatti, come riportato dalle frasi precedenti di Franco, pescare direttamente dal mito classico le permetteva di non «rischiare la propria rispettabilità di moglie e di madre», perché, scrivendo in una società fondata sul “sacro vincolo del matrimonio”, le fa dire che questo desiderio è realizzabile in un uomo che diventi «Signore in tutto» e capace di “piegare il suo orgoglio”. Questo vuol dire che anche lei, sebbene paladina e portavoce delle rivendicazioni delle donne, si è dovuta adeguare come Dickens. Con la differenza che lui è entrato nel canone a prescindere perché autore uomo, che comunque portava avanti punti di vista spigolosi per l’epoca, e lei no.
Alessandra Tiesi
Fonti:
Cristiana Franco, Circe, variazioni sul mito, Marsilio.
Crediti immagine di copertina: @preraphaelitesociety on Instagram

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