Nella prospettiva eurocentrica della didattica italiana, e non solo, l’Occidente è posto al centro del mondo: di esso si studiano Storia, filosofia, letteratura — peraltro in modo piuttosto eterogeneo — trascurando, se non per specifici periodi storici piuttosto circoscritti, le vicende di altre aree del mondo. Talvolta sembra agli studenti che ci si ricordi della penisola araba solo per le vicende di Maometto nel VI e VII secolo; che i Cinesi (anzi, i Mongoli) esistano solo durante l’Impero di Gengis Khan, nel XIII secolo; che i Maya e gli Inca entrino nella Storia solo per il contatto con i conquistadores, nel XVI secolo; che la Storia dell’Australia inizi con la “scoperta” di James Cook e la colonizzazione britannica (e le popolazioni autoctone?); che il Giappone venga preso in considerazione solo a partire da metà XIX secolo, quando, in seguito alle riforme di epoca Meiji, fu promossa in terra nipponica una modernizzazione e un avanzamento tecnologico ed economico su modello occidentale. Tali convinzioni sono ovviamente errate, eppure sono implicitamente veicolate per l’appunto dalla prospettiva eurocentrica. In questo articolo proverò a far chiarezza su alcuni aspetti della Storia cinese, poco conosciuti proprio perché il Dragone viene percepito come lontano, come “altro”.
La storiografia tradizionale: la successione di dinastie e l’ordine celeste
Apparentemente, secondo le ricostruzioni tradizionali, la Storia della Cina si può “ridurre” in una sequenza di dinastie: Xia, Shang, Zhou occidentali, Primavere e Autunni, Stati Combattenti, Qin, Han anteriori, Xin, Han posteriori, Tre Regni, Jin, Dinastie del Nord e del Sud, Sui, Tang, Cinque Dinastie e Dieci Regni, Song, Yuan, Ming e Qing; e poi Repubblica cinese e Repubblica Popolare cinese. Tale interpretazione storiografica è proposta non solo dagli occidentali, ma anche dai Cinesi stessi, che vedono nella loro Storia un ordine divino, la continuità di un Impero di oltre 2000 anni (221 a.C.-1912 d.C.; ma alcuni conterebbero a partire dai sovrani mitici anteriori al primo Imperatore “storico”, Qin Shi Huangdi della dinastia Qin,) voluto dal Cielo (in cinese Tian) tramite il mandato celeste (Tianming).
Questo procedimento storiografico serve ai Cinesi per giustificare la propria identità grazie a un passato lontano, antico e autorevole, eppure continuamente rivissuto come forma di guida nel presente. Un apparente immobilismo e conservatorismo, spesso usato a fini politici: poteva bastare appellarsi alla tradizione per promuovere, paradossalmente, grandi riforme sostanziali, purché innovative non venissero presentate. Così fece, ad esempio, Wang Mang, imperatore della dinastia Xin attorno all’anno 0.
Una prospettiva storiografica differente
In verità, la Storia della Cina presenta molti più segni di discontinuità di quanto possa sembrare. In effetti, come osserva il sinologo tedesco Kai Vogelsang, è importante dare più rilievo ai cambiamenti sociali, tecnologici, filosofici, piuttosto che alle semplici successioni di sovrani, e distinguere in quali differenti misure essi abbiano influenzato gli strati alti della società (che si pretendevano depositari della cultura colta “cinese” e ora vengono presi come paradigma dell’intera civiltà) e quelli bassi (legati invece a una estrema frammentarietà culturale e linguistica, in gran parte non trasmessa nel corso del tempo). Oltre ai fattori di eterogeneità nel tempo (in opposizione alla concezione della continuità storica), adeguata attenzione meritano anche quelli di eterogeneità nello spazio. La società cinese, infatti, non si stabilì come entità impermeabile e definitiva (questa è piuttosto un costrutto storiografico e culturale), ma, attraverso espansioni, invasioni, commerci, migrazioni, influenzò in modo massiccio le civiltà circostanti e a propria volta ne fu influenzata, rielaborando ogni volta al proprio interno i suddetti stimoli e sinizzandoli.
È inoltre opportuno sottolineare alcuni eventi (la rivoluzione rituale nel X e IX secolo a.C., in cui la concezione del mondo divino cambiò, allontanandosi e distinguendosi progressivamente dal mondo umano, la cui società andava stratificandosi; la comparsa delle grandi filosofie alla fine di Primavere e Autunni, tra VI e V secolo a.C.; lo sviluppo del latifondismo durante tutti gli Han posteriori, nel I, II e III secolo d.C.) che, pur non determinando immediatamente in sé un cambio dinastico, furono pregni di conseguenze, non solo strettamente politiche, a medio e soprattutto lungo termine. Infatti, il manuale di Kai Vogelsang presenta una ripartizione della Storia volutamente inusuale, per rimarcare l’importanza di nessi storici come quelli precedentemente elencati rispetto agli eventi considerati rilevanti dalla storiografia tradizionale.
Lo stesso Kai Vogelsang, d’altro canto, afferma:
La Storia della Cina non impressiona tanto per la sua grandezza monumentale, ma affascina piuttosto per la sua policromia e i suoi contrasti.
Kai Vogelsang, Cina. Una Storia millenaria, p XXI
Fonte: K. Vogelsang, Cina. Una Storia millenaria, Einaudi, 2014
Thanh Huy Boggio
