Racconto di una missione in Kenya
Non è inusuale ascoltare le storie di amici, conoscenti, influencers che hanno trascorso durante l’anno, spesso d’estate, un paio di settimane in missione in paesi del continente africano o del Vicino Oriente, tipicamente per delle attività di volontariato. Le associazioni più conosciute sono Una Mano per un Sorriso e Alice for Children, ma ne esistono molte altre, come “Perché No?“, associazione cattolica con sede in provincia di Cuneo.
Matilde Abello è una ragazza di ventun’anni, studentessa al secondo anno di Medicina presso Unito, e lo scorso agosto ha svolto una missione in Kenya, a Marsabit, insieme a “Perché No?”. Questa realtà organizza missioni in vari Stati, come Marocco, Kenya, Tanzania, Bolivia, Brasile, Albania, Polonia: fondata da Don Claudio e da Don Luca, il gruppo opera collaborando con missionari attivi in loco. Qui di seguito il frutto di un’intervista con Matilde.
Prima della partenza: gli incontri di formazione
Gli incontri sono iniziati a dicembre, e con cadenza mensile sono continuati fino a giugno. Gli argomenti trattati e le persone presenti erano sempre diversi: si è passati da questioni di geopolitica al dialogo con persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’incontro con le suore de La città dei ragazzi di Cuneo agli incontri specifici per il paese di destinazione, incluse alcune lezioni di swahili, lingua ufficiale del Kenya insieme all’inglese.
Partenza: cosa portare
Durante l’anno Matilde, insieme alle sue future compagne di missione, ha venduto ad amici e conoscenti delle collane tipiche del Kenya, e con i soldi ricavati (circa 2000€) si sono effettuate delle donazioni alle suore della carità di Marsabit, ad abitanti dei villaggi (per esempio per pagare la retta scolastica a una bambina) o a Fatima Home (comunità gestita da delle suore di Madre Teresa che accudiscono bambini con disabilità fisiche). Insomma, le ragazze sono partite con due valigie a testa, piene di vestiti, giocattoli, scarpe da donare ai bambini, e ovviamente cariche di tantissimo entusiasmo e buona volontà.

La sistemazione
Ciascuna ragazza alloggiava in una famiglie diversa, e Matilde qui specifica che si trattava di famiglie cristiane (in uno stato a maggioranza cristiana come il Kenya, Marsabit è invece a maggioranza musulmana). Lei è stata ospitata da una famiglia piuttosto benestante, che possedeva ad esempio la tv e aveva avuto la possibilità di mandare i figli all’università. Non va dimenticato poi che ogni tribù di Marsabit, in totale sei, parla la propria lingua, ha le proprie tradizioni e rituali, ma per la maggior parte del tempo le tribù convivono pacificamente.
Una giornata tipo
Non c’era in realtà una giornata tipo. Father Alex, il prete di riferimento per le ragazze, dava spesso loro delle indicazioni, come recarsi presso le charity sisters e badare ai bambini, dando loro da mangiare e mettendoli a letto, oppure giocando con loro a scuola nell’intervallo: ecco che che le ragazze hanno insegnato loro delle canzoni italiane, improvvisando in modo spontaneo modi creativi di intrattenerli. La sera, tornando a casa, Matilde racconta di come si fermava semplicemente per strada e giocava con i bambini che erano in giro, perché bastava scostare un cancello per trovare compagnia. Una volta in casa la madre le offriva il chai, il tè con il latte, una specialità locale, e semplicemente si mangiava e si parlava fino all’ora di andare a letto.
Alcuni episodi indelebili
Ciò che l’ha più colpita è stata l’ospitalità delle persone, che anche se non avevano niente trovavano sempre qualcosa da offrire, e che dimostravano infinita riconoscenza per gesti che a noi appaiano normali. Gli aneddoti sono molti, e Matilde racconta in particolare di un giorno in cui, nel villaggio Horondele, un villaggio gabra, era andata con altre ragazze nella capanne a richiamare le persone per la messa. Davanti a una capanna una signora anziana sedeva al sole: mostrava evidenti problemi motori, e chiese di pregare per lei. Dopo aver recitato un Ave Maria chiese un antidolorifico, che una ragazza prontamente le porse, insieme a una barretta. La reazione della signora fu di profonda e immensa riconoscenza. Un’altra scena significativa avvenne in un altro villaggio, dove un signore aveva chiesto Father Alex delle gocce per gli occhi (spesso le persone hanno gli occhi irritati per via dell’esposizione costante alla sabbia e al vento, oppure soffrono di cataratta e non possono permettersi le cure). Qui Matilde dona spontaneamente al signore le gocce delle proprie lenti a contatto, al che Father Alex le dice, al settimo cielo, che è capitata la momento giusto nel posto giusto.
Cosa sapere prima
Durante la missione Matilde racconta di come siano spesso emerse incertezze sul suo ruolo di missionaria, percependo a volte la sensazione di non fare abbastanza. Soltanto in seguito, insieme alle sue compagne, si è resa conto che la loro semplice presenza, l’ascolto e il sorriso in volto erano il massimo che potevano regalare alle persone, ai bambini soprattutto. Questi a volte non conoscevano né l’inglese né lo swahili, ma talvolta si creavano connessioni anche senza ricorrere alle parole.
Perché partire in missione
Perché è un’esperienza che ti cambia nel profondo: Matilde ammette che tornata a casa ha fatto fatica a riabituarsi alla vita in Italia. Dopo aver vissuto nella povertà più assoluta, aver visto che le persone vivono con niente, riabituarsi allo spreco, alla vita di tutti i giorni non è stato immediato. Ha capito che da un lato “noi” possiamo considerarci fortunati, nati dalla parte giusta del Mediterraneo, ma che dall’altro “loro” riescono comunque a trovare un modo per vivere sereni, solari, in comunità, portando avanti un altro stile di vita che per molti aspetti preferisce. Riconosce anche che non è l’esperienza più adatta ai non credenti, tuttavia anche la messa è diversa rispetto all’Italia, più gioiosa, fatta di balli, canti, sorrisi. Consiglia infine di partire a chi vuole mettersi alla prova e rinunciare ai comfort quotidiani, soprattutto a chi è in cerca di risposte – molte lei le ha avute, e conta senz’altro di ritornare. Insomma, Perché No?
Anna Gribaudo
Fonte immagine in evidenza: https://www.upkenya.com/the-hidden-gems-in-marsabit-kenya/
(Hidden Gems in Marsabit, Lake Paradise, flickr.com)
