Il dramma silenzioso del Nagorno Karabakh

Il 2023 è stato segnato dallo scoppiare di diversi conflitti in tutto il mondo. In realtà, la maggior parte di essi erano già delle guerre a bassa intensità, che aspettavano solamente il momento giusto per deflagrare. Non solo: è stato un anno particolarmente disastroso anche per la diplomazia. Dal totale disinteresse da parte dell’Occidente per la questione israelo-palestinese è scaturito l’attacco terroristico di Hamas e la conseguente rappresaglia omicida di una nazione in cerca di vendetta. In Ucraina il sostegno occidentale ha iniziato ad accusare segni di stanchezza: dopo quasi due anni infatti non si intravedono spiragli che consentano una soluzione pacifica alla guerra, e nessuna delle due parti sembra disposta a cedere.

Un conflitto, tuttavia, è sfuggito all’attenzione mediatica, ricevendo solo una breve copertura prima di essere rapidamente dimenticato: ci riferiamo al Nagorno Karabakh.

La mappa della regione

Il 19 settembre 2023 l’Azerbaijan ha attaccato il Nagorno Karabakh, un territorio storicamente conteso con l’Armenia. Per capire come si è arrivati a questo drammatico momento bisogna analizzare il contesto storico e geografico dell’area. Il Nagorno Karabakh è un territorio separatista situato in Azerbaijan, ma di fatto abitato e controllato da armeni. È da ormai molti decenni che gli scontri diplomatici e militari tra i due paesi continuano incessantemente. Sono state combattute due guerre: una tra il 1992 e 1994, vinta dall’Armenia, scoppiata in seguito alla dichiarazione di indipendenza della regione, e l’altra nel 2020, in cui prevalse l’Azerbaijan, grazie alle maggiori risorse economiche e militari. Si contano in totale oltre 30 mila morti, tra civili e militari, e centinaia di sfollati e profughi in fuga.

L’attacco di settembre si è invece concluso in poco più di 24 ore con la vittoria immediata del governo di Baku, in seguito alla resa armena, innescando la fuga disperata di decine di migliaia di profughi. Dei 120 mila abitanti della regione circa tre quarti sono già scappati in Armenia. Le condizioni di chi rimane sono disastrose. L’unico passaggio utilizzabile per attraversare il confine tra i due paesi, il “corridoio di Lachin“, era già stato bloccato numerose volte dal governo azero, impedendo di far entrare la grande maggioranza dei beni di prima necessità destinati alla popolazione. Il 1° gennaio 2024 il Nagorno Karabakh è stato ufficialmente sciolto, mettendo fine a un conflitto congelato, in modo (apparentemente) definitivo.

In tutto ciò quali sono i ruoli delle maggiori potenze mondiali, la Russia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea?

Mosca ha avuto storicamente maggiore influenza su entrambi i paesi del Caucaso meridionale, in quanto attore principale che ha da sempre mediato quando nascevano contrasti nei paesi dell’ex Unione Sovietica. Dopo la guerra del 2020 aveva infatti mandato circa 2000 soldati per una missione ufficiale di peacekeeping nel paese, ma quando l’Azerbaijan ha prima bloccato il corridoio di Lachin e ha poi lanciato l’attacco contro il Nagorno Karabakh, le forze russe non sono intervenute. La guerra in Ucraina ha chiaramente cambiato le priorità del Cremlino: l’Azerbaijan è diventato un partner fondamentale per la Russia, sia a livello economico che militare ed energetico. L’Armenia, d’altro canto, è un paese piccolo e povero, senza sbocchi sul mare e pressoché ininfluente. Il governo azero ha approfittato della situazione geopolitica attuale, ben consapevole che l’impegno russo è totalmente focalizzato sul fronte ucraino.

Una famiglia in fuga verso l’Armenia

Gli Stati Uniti non sono intervenuti direttamente per mediare tra le parti, ma l’allontanamento dell’Armenia degli ultimi anni dalla Russia va sicuramente a loro vantaggio. Proprio nelle ore in cui Baku iniziava l’attacco, le forze USA stavano facendo un’esercitazione congiunta con l’esercito armeno. La tensione con Putin sembra comunque non essere abbastanza forte da poter decretare la fine della collaborazione tra i due paesi; a fine dicembre il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è andato in Russia, promettendo di portare avanti gli obiettivi dell’Unione Economica Euroasiatica, l’alleanza istituita nel 2014 che comprende anche la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan.

Se gli Stati Uniti approfittano in qualche modo dell’immobilità russa nella regione per guadagnare un qualche tipo di influenza, l’Unione Europea è rimasta soprattutto a guardare. Solo un gruppo di eurodeputati ha richiesto di sanzionare l’Azerbaijan in seguito all’attacco; a parte la condanna retorica, l’UE non ha mosso un dito. Gli interessi economici, soprattutto energetici, con il governo di Baku sono evidentemente ritenuti troppo importanti per poter intervenire in maniera più decisa. Non sembra che l’Unione Europea abbia imparato la lezione, perché dopo aver interrotto quasi totalmente le importazioni energetiche provenienti dalla Russia si è rivolta ad altri stati non propriamente democratici (Libia, Kazakistan, Arabia Saudita, Algeria e Azerbaijan tra gli altri).

Da sinistra verso destra: il presidente azero İlham Əliyev, il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan

Fortunatamente sembra che le due parti siano vicine a firmare un accordo di pace, che metterebbe fine a decenni di ostilità. Ne è ulteriore conferma la decisione delle Nazioni Unite di organizzare la prossima conferenza sul clima (Cop29) proprio a Baku, con il consenso dell’Armenia. Sarà comunque necessario vigilare attentamente sulla regione, affinché la pace si concretizzi definitivamente e non avvengano nuove violazioni del diritto internazionale. Il supporto umanitario alla popolazione dell’ormai dissolto Nagorno Karabakh sarà indispensabile, ora più che mai.

Fabrizio Mogni

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